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La Passione non di Cristo

  • Capitolo Tre – Dolore

    novembre 14th, 2022

    E inutile scappare dalle emozioni.
    Riusciranno a trovarti ovunque tu vada.

    Samuele Lion

    Non fate la punta alle matite per la citazione.
    L’ispirazione non viene da chissà quale lettura; viene da il “Calendario Filosofico” (ovviamente cartaceo) che ho regalato a mio figlio e va bene così.

    Uscire da una relazione disfunzionale è una impresa non facilissima.
    La difficoltà è che la relazione stessa si incastra molto bene nelle ferite di entrambi i componenti della coppia.
    Il meccanismo di collusione è in fin dei conti semplice.
    Quello che sembra assurda è la dinamica.
    Da una parte c’è il bisognoso e di cure e dall’altra, il bisognoso di dare quelle cure.
    Sono due personalità che si attraggono come i poli N e S di un magnete.
    Ma a differenza del magnetismo dove ci vuole una forza esterna per contrastare l’attrazione, cosa divide una coppia disfunzionale?
    La risposta è semplice, dal momento che è la stessa forza che ha determinato l’attrazione: Il dolore.
    Il dolore è fondamentalmente il trait d’union per entrambi.
    Se ci pensa ogni bisogno è una mancanza e quella mancanza proviene dal dolore. Quasi sempre il dolore è legato ad un senso di mancata amabilità.
    Nella coppia disfunzionale, entrambi hanno ferite antiche (cioè infantili) che riguardano il personale senso di amabilità.

    Eppure all’inizio sembra tutto perfetto.
    Il bisognoso trova il suo salvatore e lo idealizza. Il salvatore trova la missione della sua vita e la idealizza.
    E vissero felici e contenti.
    Sbagliato!
    “La cura del tempo”, come canta Nicolò Fabi, diventa lo strumento attraverso cui l’dealizzazione reciproca viene completamente annientata.
    Il salvatore vorrà che gli venga riconosciuto il suo dare, mentre il bisognoso é incapace di riconoscerlo in quanto, appunto bisognoso; un bisognoso non dà mai! Aggiungo: entrambi, si sentono a credito rispetto alla vita.
    Altro che circolo virtuoso dell’amore, qua siamo in balia di un enorme vizio di fondo.
    Infatti il bisognoso arriverà ad detestare il salvatore, in primis perché non è in grado di salvarlo, in secundis perché detesta vedere nell’altro quelle qualità che lui stesso/a non è in grado di esprimere. Il tutto viene condito con un forte senso di dipendenza (spesso inconscia) dall’altro.
    Ho usato la parola “esprimere” e non “avere” perché il bisognoso vede eccome le qualità dell’altro. Le vede perchè sono qualità dell’anima, bloccate però dalla paura.
    Pura di cosa?” Potreste chiedere.
    Paura di amare.
    Per il bisognoso l’amore è dolore.
    Ogni animale, davanti alla paura fa tre cose: scappa, si immobilizza, attacca.
    Il bisognoso scappa dall’amore, ma nel farlo cerca di svalutare quelle caratteristiche del salvatore, svalutando la persona stessa, per rompere la sua dipendenza.

    Fin qui sembra che il salvatore sia una vittima. Ma non è così.
    Finita la luna di miele, il salvatore inizia ad accorgersi che il suo impegno non funziona: il bisognoso è un po’ un buco nero, divora e non emette informazioni, neppure una radiazione di Hawking.
    Dentro di lui inizia una battaglia tra due energie contrapposte: una narcisistica che pretende il riconoscimento, l’altra depressa che si sente di non avere fatto abbastanza per soddisfare il bisogno dell’altro.
    Con la prima si accumula rabbia che viene però compressa dai sensi di colpa della seconda, la quale spinge il salvatore ad attingere a nuove energie per compensare il senso di poco valore (che è a sua volta legato al senso di poco amore), mettendo in secondo piano i propri bisogni.
    Bisogna distaccarsi abbastanza dagli eventi per capire che in questa coppia disfunzionale il concetto di vittima e carnefice non ha molto senso: entrambi sono vittime, entrambi sono carnefici.

    Sono vittime del loro mancato senso di amabilità.
    Sono carnefici verso loro stessi nella strada verso la felicità.
    E’ vero, il salvatore è vittima della svalutazione del bisognoso. Questo è facile da “sentire” e giudicare sbagliato perché la svalutazione è un atto che tutti riconosciamo come qualcosa che ferisce.
    Ma anche il bisognoso è vittima della capacità di dare del salvatore perché lo fa sentire in debito di qualcosa che non è in grado di esprimere.
    In altre parole, entrambi toccano i talloni d’Achille dell’altro.
    Dall’altra parte. il salvatore e il bisognoso sono carnefici di se stessi perché smettono di ascoltare i propri bisogni, non riescono ad empatizzare con se stessi.

    La coppia disfunzionale ha la possibilità di diventare funzionale?
    Io ho la mia opinione: sarebbe possibile se da entrambe le parti si avesse la voglia di comunicare, anche litigando, con grande sincerità e chiarezza su quali sono i propri bisogni. Questo permetterebbe di capire molto bene i confini dell’altro e, attraverso il gioco degli specchi, capire meglio i propri bisogni.
    Credo altresì che la voglia di comunicare sia più spesso una caratteristica del salvatore piuttosto che del bisognoso. Ma su questo aspetto posso solo parlare attraverso la mia personale esperienza.

    Rimane un perché a cui rispondere e la domanda prevede un approccio più spirituale piuttosto che logico razionale.
    Se nella vita nulla è per caso, perché esiste la disfunzionalità della coppia che, per chi la prova, è nel dolore? A cosa serve quel dolore?
    Per capirlo pienamente quel dolore bisogna attraversarlo senza introdurre dei compensativi.
    Io credo che il bisognoso e il salvatore si incontrino per mostrare l’uno all’altro che quel senso di amabilità va integrato dentro di noi e non proiettato all’esterno.
    Il messaggio da imparare è: siamo amabili per definizione indipendentemente da come i nostri genitori (nella loro imperfezione) ci hanno fatto sentire.
    Credo che il salvatore e il bisognoso si incontrino per capire che l’auto-benevolenza è un prerequisito inalienabile.

    Credo infine che la vita voglia insegnare al salvatore e il bisognoso che “… non è l’incontro che crea l’amore, ma è l’amore che crea l’incontro…” (Cristina Contini).

    Quale amore, allora?
    L’amore più difficile probabilmente: l’amore per se stessi.


    Se diamo questo significato a questo incontro, ciò che all’inizio ho definito disfunzionale assume una connotazione diversa: è funzionale alla personale crescita interiore.

    Ciao.
    Mi chiamo Lorenzo.
    Sono un salvatore e sto cercando di amarmi.

  • Capitolo Due – Le origini

    novembre 3rd, 2022

    Qualcosa è cambiato un giorno di circa tre anni fa in cui una “lei” mi disse, di punto in bianco: tu non mi piaci.
    Sento ancora addosso quella sensazione di attonimento.
    Ma cosa sta dicendo?
    Soltanto ieri mi ha detto “Ti Amo!”
    I miei software (ovvero le mie certezze, i punti fermi) andarono in schermo blu, come quando Window si blocca improvvisamente e ti informa che c’è stato un errore irreversibile e che c’è bisogno di fare un riavvio del sistema operativo.
    Soltanto ora so che si chiama Dissonanza Cognitiva; si presentò perché nel mio sistema di credenze, la parolina magica “Ti Amo” (personalissima chiave del paradiso) si scontrava con lo scarto, il tutto in un tempo troppo breve.
    Era come far scontrare la materia e l’antimateria.
    Un annichilimento esplosivo.

    Avete mai costruito quelle guglie fatte di sabbia colante raccolta sul bagnasciuga della spiaggia?
    Ne prendi un pugno, appena l’onda scompare e poi inizi a farla colare come se fosse fresca lava. Pian piano si forma una torre un po’ tuberosa, che cresce goccia dopo goccia fino a quando, sotto il proprio peso o per eccesso di snellezza, crolla completamente su stessa.
    Ecco, mi sono sentito come quella torre: schiacciato dal peso dell’ennesimo insuccesso di coppia.

    Ricordo ancora il senso di smarrimento e di paura causata da quello stesso smarrimento.
    Avevo la conoscenza, ovvero l’esperienza. Ma non riuscivo a capire.
    Un cortocircuito che mi portò a pormi domande del tipo “ma cosa c’è che non va in me?”, “che cosa sono diventato dopo la separazione?”, “c’è uno schema nelle mie scelte?”, “dove ho sbagliato?”.
    Le emozioni di rabbia non erano sufficienti per scaricare quell’energia. Rischiavo di implodere in una profonda tristezza da cui non vedevo una uscita.

    Fu allora che decisi di andare in terapia.
    Era un giorno di maggio del 2019.

    Penso che quella primavera rappresenti l’inizio di un nuovo me, che decide di abbandonare la confortevole spiaggia di ciò che superficialmente conosce, per tentare di scoprire (ma questo lo capirò più tardi) un vecchio me ma bambino, sepolto da strati e strati di polvere e di mancato riconoscimento.


  • Capitolo Uno – Se non ora, quando?

    novembre 2nd, 2022

    Lo premetto sin da subito: non so quanto durerà questo blog; durerà semplicemente quello che deve durare.
    Chi lo leggerà (se qualcuno lo leggerà) non abbia aspettative sulla mia costanza, sull’omogenità degli argomenti, sulla sensatezza di ciò che dirò, sulla veridicità della mia narrazione, sulla coerenza dei pensieri.

    Ecco. Lo anticipo io così evitiamo le polemiche.
    Mi potreste trovare noioso e incoerente.
    “Predico bene e razzolo male”.


    Però, caro lettore, se avrai la costanza di leggermi, una cosa è importante.
    Sforzati di non supporre nulla su di me.
    Nel commentarmi, cerca di essere ineccepibile con le parole e domanda se non ti è chiaro.
    Nelle mie risposte, ove ci saranno, non trovarci qualcosa di personale verso di te.
    Insomma… Comportati da ospite, come quando entri in casa altrui, sfoderando molta gentilezza e rispetto.

    Torniamo al blog.
    Corrado Dante e Matteo sono gli ispiratori di questo maldestro tentativo di dare organicità ad un pensiero (il mio e quindi soggettivo) basato sulle vicende della mia vita. Probabilmente si erano stancati di leggere dei post su Facebook.
    “Scrivi un libro!” dice uno.
    “Usa il Blog” dicono gli altri.
    Ma io non sono scrittore. Sono un ingegnere che ha pensato di razionalizzare ogni cosa delle umane vicende, senza mai venirci a capo fino a quando, complice l’ennesma “testata” contro un muro, mi sono sentito disintegrato.
    Da quel momento qualcosa è cambiato.

    Il mio pensiero, fatto di molti “…uno deve…”, “… perchè bisogna…”, “… la coerenza impone…” “…se dice così allora…” è diventato un po’ come il principio di indeterminazione di Heisenberg dove non vale più nulla: il gatto è morto, ma anche no.
    Quando dico “pensiero” intendo principalmente le mie consapevolezze e la mia visione, una “combo” che si è formata attraverso le mie esperienze, spesso dolorose.
    Infatti se ci pensate qualche secondo, è dalle esperienze “scomode” che spesso si cresce o, forse, si rinasce, se si ha voglia di imparare.
    Il “se” è d’obbligo.
    Conosco molte persone che in realtà vivono nella scomodità, ma, conoscendo solo quella, non sentono l’insegnamento che c’è dietro e preferiscono lamentarsi della auto-inflitta scomodità o, nei casi peggiori, far star male gli altri.
    Pero, per imparare bisogna essere disposti a mettersi in gioco, ci vuole coraggio.
    Per metetrsi in gioco bisogna avere il dono del saper ascoltare, anche se il termine più corretto sarebbe “ascoltarsi”.
    Per ascoltarsi bisogna essere umili (cioè non supponenti) e soprattuto compassionevoli.
    Per essere compassionevoli bisogna arrivare al nucleo del concetto di amore.

    Ecco.
    Molte cose che dirò si legheranno a questa parola: amore.

    Buona lettura.

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