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La Passione non di Cristo

  • Capitolo Tredici – C’è un tempo per…

    marzo 16th, 2023

    C’è un giorno che ci siamo perduti
    come smarrire un anello in un prato
    e c’era tutto un programma futuro
    che non abbiamo avverato.

    Ivano Fossati

    Le sincronicità sono delle brutte bestie talvolta.
    Ieri notte (o mattina) ho fatto l’ennesimo sogno dal grande significato.

    Sono adulto ma devo sostenere un compito di matematica.
    Premetto che per me la matematica è stata la mia personalissima modalità per sentire l’amore di mio padre verso di me, quindi, al liceo, aveva un’importanza tremenda.
    Prendo il foglio, leggo il problema e inizio a scrivere la soluzione. Consegno al professore, con largo anticipo, il foglio ed inizio ad aspettare lo scadere del tempo concesso. A pochi minuti dalla fine mi accorgo di non aver letto bene la “comanda” e di aver lasciato indietro il secondo esercizio. Vado dal professore, gli chiedo di concedermi la possibilità di farlo ora, davanti a lui, ma il docente me la nega. Allora gli chiedo di darmi una copia del testo per poterlo fare a casa e dimostrargli le mie capacità. Ottengo il foglio e io, dopo, mi sveglio al driinn della sveglia.

    La sensazione che ho provato al risveglio non era bellissima. Sentivo che quel sogno potesse presagire qualcosa che mi sarebbe capitato nella giornata.
    Infatti, mentre in auto mi dirigo al lavoro, vedo qualcosa che mi fa piombare nella cruda realtà (o altra realtà) di ciò che mi sta accadendo dal punto di vista emotivo e sentimentale.

    La realtà non esiste se ci pensate bene. Gli oggetti vengono percepiti attraverso i nostri sensi, le parole sono caricate dei nostri significati, le azioni e i toni sono mediati dal nostro bias cognitivo.
    Esistono diverse realtà, ma noi consideriamo unica e universale la nostra.
    Il sogno mi voleva comunicare che la mia realtà (il compito di matematica) era stata letta male o, in altri modi, era una illusione che non poteva essere rimodellata (rifare il compito davanti al professore) ma che poteva essere rivalutata meditandola (rifare l’esercizio a casa).
    La matematica è per me anche l’archetipo dell’amore ricevuto.
    Il sogno mi indicava di indagare meglio su quel tipo di amore e di rivalutarlo.

    E poi…. taaac… arriva la sincronicità.
    Come nel gioco della battaglia navale: A-8, nave affondata!

    Un sogno mi fa un invito ad una rivalutazione di un amore ricevuto.
    L’evento mi mostra una realtà innegabile.

    Per onorare l’invito del sogno, ho deciso che oggi sarebbe stato il giorno della rilettura di decine di pensieri che ho scritto negli ultimi due anni sul cellulare per descrivere questo amore ricevuto. Tra queste ci sono anche tante lettere mai inviate al destinatario in cui ho sviscerato il mio sofferente sentire.
    Ciò che mi ha sorpreso è che molti spunti necessari alla rivalutazione erano già li a portata di “scroll”… tutto… le valutazioni, l’agire necessario per riprendere una rotta degna di essere navigata, le analisi dei possibili perché (che contano come il due di briscola, ma casomai ti alleggeriscono l’anima). Mi sono accorto che già più di un anno fa sapevo quale dovesse essere l’unica strada ma che per paura non mi attentavo ad imboccare.

    Ce né una in particolare che mi ha colpito. L’ho scritta la notte del 26 Giugno 2022. Era una domenica sera. Poche ore dopo mio fratello mi chiamerà per annunciarmi la morte improvvisa di mia madre. “La Cicci” l’avevo vista qualche giorno prima e avevamo parlato di me e di come cercassi di rimanere fedele ai miei sentimenti nonostante tutto mi fosse un po’ contro. La Cicci in quell’occasione mi consigliò di andare avanti per altre strade perché mi vedeva sofferente. E io le dissi: mamma vorrei che mi ascoltassi veramente prima di mettere davanti a te le tue paure di madre.
    Sono venuto a sapere da una sua amica, qualche mese dopo la sua morte, come quel discorso in realtà l’avesse resa orgogliosa di me, di come mi avesse educato ai sentimenti e di come avesse iniziato a capire alcune cose che avevo sviscerato in terapia e che, in parte, la riguardavano e riguardava il mio stato sentimentale.
    Mi sono trovato capito da mia madre a posteriori, purtroppo.
    La lettera inizia così…

    Oggi mi sono chiesto cosa stia facendo da 4 mesi.
    Sicuramente sei al centro dei miei pensieri.
    Sicuramente sono in attesa.
    Cosa mi ha tenuto in attesa fino ad oggi é il sapere che abbandonarti sarebbe come validare tutto ciò che c’é sempre stato nella tua vita: un senso di mancata amabilità.
    Penso anche che l’amore che vuoi ricevere sia anche l’ostacolo. Se trovi qualcuno disposto a dartelo, si ha anche paura di perderlo. Non solo, probabilmente una parte molto piccola di te si chiederà : se c’è qualcuno che mi può amare, cosa succederebbe a tutto il mio mondo che é basato sulla convinzione di non essere amabile?

    É da quel primo tuo abbandono che ho questa sensazione ed è stato il motore del continuare con te.
    Questo discorso dell’abbandono è qualcosa di cui abbiamo parlato l’ultima volta, prima di fare l’amore.
    Piangevi mentre ne parlavamo.
    Io in quel momento ho sentito il tuo grido di aiuto. Ci siamo riavvicinati. Ma poi mi hai riallontanato.

    Sto parlando di ciò che sento e quindi non è una verità assoluta.

    Si può scegliere di star fermi se si vuole. Però dall’altra parte esci con persone che non chiami amici.
    Io non so cosa siano, cosa rappresentino.
    Allora penso che sto sbagliando tutto il mio agire. Che ciò che faccio é una inutile ostinazione e che tanto il mio messaggio, si…arriverà… ma per accoglierlo bisogna essere pronti anche dall’altra parte.
    Allora penso che il senso di abbandono, la sintonia che c’è è solo il mio raccontarmi una storia per non staccarmi da te.
    Allora penso che anche questo “non amici” a cui do un significato, che

    questo darti fastidio il mio sentire in realtà siano un tuo senso di colpa che é meglio soffocare mettendomi da parte per farti star meglio: il nuovo é sempre meglio del vecchio e “mantenere il bacio” é meno interessante. Sicuramente più faticoso.

    Rimango convinto che tutto questo non ci rappresenti. Ma lo penso solo io ora e alcune battaglie vanno combattute in due con comunione di intenti.

    26/6/2022 Lolli

    A distanza di mesi potrei scrivere le stesse identiche parole. Anche la misura del tempo (i 4 mesi) è una coincidenza straordinaria.
    La rivalutazione non può non avvenire se non attraverso la rilettura del passato, usando nuovi occhi, casomai meno radicati ad alcune convinzioni mistificanti e un po’ più connessi al ciò che è.
    Il ciò che è è semplicemente qualcosa che non c’è fuori o c’è ma non nella mia forma e che quindi rimane solo dentro di me. E’ qualcosa che dice che ora…:

    Distendo le vene
    E apro piano le mani
    Cerco di non trattenere più nulla
    Lascio tutto fluire
    L’aria dal naso arriva ai polmoni
    Le palpitazioni tornano battiti
    La testa torna al suo peso normale
    La salvezza non si controlla
    Vince chi molla

    Nicolò Fabi

    La vita ci pone sempre davanti a scelte. Viviamo immersi nelle “sliding doors”. Krishnamurti afferma che dove c’è scelta non c’è libertà perché in una mente chiara c’è sempre e solo azione che punta al proprio bene. Porsi il dubbio di scegliere significa avere una mente confusa.
    Condivido il suo pensiero che però prevede un prerequisito fondamentale: essere nel proprio centro, in altre parole, essere un buon amministratore condominiale delle tante parti di noi.
    Il non esserlo comporta vivere certe scelte con sofferenza, anche se sai che sono la via.

  • Capitolo Dodici – Incondizionarsi

    febbraio 3rd, 2023

    Lo sapevo sin dall’esordio di questo sconosciuto blog che sarei arrivato a parlare di amore, ma non quello solito alla “do ut des”.
    Pur sentendo che una parte di me agisce in quella maniera (uso il termine agire perché come dice Scardovelli “L’amore è azione”) è da un po’ di tempo che inizio a sentirne una sorta di fastidio, come quando si porta un maglione di lana senza un’ adeguata canottiera di cotone sotto.

    C’è chi pensa che io sia una persona con mancanza di amor proprio, c’è chi mi considera un co-dipendente, che è come dire alla fine che non mi amo abbastanza. Forse sono stato sia l’uno che l’altro.
    Ma sento che c’è un Lorenzo del passato e uno del presente e che non sono la stessa persona.
    Quando si tratta di amor proprio o di co-dipendenza, in fin dei conti si sta parlando di amore, anzi per la precisione di insufficiente amore.
    Non sono interessato a sapere la vostra definizione di amore, perché otterrei una lista della spesa che avrebbe, sulla carta, molte somiglianze. La domanda vera, a cui fareste più fatica a rispondere, è però: cosa sentite essere l’amore dentro di voi? Tra i pochi lettori, alcuni di voi sono in relazione con un partner, quindi avete le carte in regola per poter rispondere alla domanda: perché dite di amare quel partner che avete al vostro fianco?
    Fate attenzione alle vostre risposte e semmai annotate la coniugazione che usate al verbo “dare”.
    Io do
    Tu dai
    Egli dà
    Io credo che vi capiterà spesso di affermare, ad esempio, “io l’amo perché mi da sicurezza, serenità, progettualità, affidabilità, cura, stabilità…”.
    Un tripudio di terze persone del verbo dare insomma.
    Quindi l’amare ha attinenza con quello che ricevo?
    Però possiamo anche definire l’amore che proviamo per l’altro in funzione di ciò che l’altro mi fa nascere dentro: io ti amo perché con te mi sento riconosciuta/o.
    Non notate che in queste definizioni c’è una sorta di freccia che extra vos arriva a voi stessi e che dopo, in reazione, da dentro di voi si proietta verso l’esterno?
    Sembra un po’ come il fenomeno dei colori.
    La foglia è verde perché riceve dal sole tutto lo spettro luminoso, lo assorbe tutto eccezion fatta per la frequenza del verde.
    Ma al buio, che colore ha la foglia se non riceve la luce?
    Se mi avete seguito fin qua capirete la mia domanda: che amore è quello che nasce dal ricevere?
    Proviamo questo approccio allora che risulterà chiaro a chi ha figli.
    Un genitore ama il proprio figlio/a secondo una logica del ricevere (alias dare in terza persona) oppure secondo il dare in prima persona?
    Un genitore (anche se non è sempre così ovviamente) ama il figlio perché il figlio gli dà valore come persona oppure lo ama e, quindi, nell’amarlo si dona a lui? Vi arrabbiate, odiate vostro figlio quando si distaccherà da voi per scoprire se stesso, come è naturale che sia oppure sarete felice per lui, semmai con un velo (più che naturale) di tristezza per il distacco?

    Amare perché “rifletto un colore” è cosa diversa da amare perché io “irradio un colore”. Nel primo caso ho bisogno della luce, nel secondo no.
    Compare una parola nel mio discorso: se.
    In analisi grammaticale ogni periodo che inizia con “se” si definisce periodo ipotetico o condizionale.
    C’è amore condizionato e amore incondizionato.

    Io mi trovo in una fase della mia vita in cui sono in una terra di confine. Sento di venire da un amore condizionato che in quanto tale è sempre un amore che nasce dalle paure (abbandoniche per lo più); sto però percependo ora che la stessa energia che ho per mio figlio mi sta permeando non solo per lui.

    Qualche giorno fa ho avuto un’altro sogno.
    Lei mi chiede: è possibile amare un uomo che vorrebbe fare un figlio con un’altra donna?
    Il mio inconscio mi pone domande micca semplici, eh?
    E’ una domanda che non può avere una risposta che attinge al mondo dell’amore condizionato.
    No.
    La risposta può avvenire soltanto da Agape… [to be continued]





  • Capitolo Undici – Danza

    gennaio 16th, 2023

    I sogni sono come un microscopio col quale osserviamo le vicende nascoste della nostra anima

    Erich Fromm

    E’ inverno.
    C’è la neve d’appertutto. I pini, disposti qua è là, sono macchiati di bianco.
    Non sono alti e snelli come quelli di Molveno. Sono piccoli e bassi, come tanti piccoli alberi di natale, ma spogli degli addobbi natalizi.
    E’ notte, ma c’è una illuminazione artificiale. Le luci incontrano l’umidità e rendono l’aria densa. Sembra la scenografia della scena finale di Shining quando Jack insegue il figlio Danny dentro il labirinto dell’hotel, ovviamente senza la sensazione di essere braccato.
    La neve scricchiola sotto il mio peso.
    Stiamo giocando a nascondino.
    Cerco di andare alla “tana”, ma lei sbuca da dietro l’albero, mi fa cadere sulla neve e, mettendosi sopra di me, bloccandomi, mi dice: “scrivi qualcosa sugli anemoni”.

    E’ un sogno.
    Da quando seguo il protocollo Fadiman sul microdosaggio, ho sognato spesso e i sogni sono decisamente più nitidi.
    “… scrivi qualcosa sugli anemoni…” è il suo invito.
    Io degli anemoni non so nulla; innanzitutto per me sono quelli di mare. Quello che ho imparato è in quei documentari di David Attenborough degli anni 80 che andavano in onda su Quark oppure, in maniera molto più favolistica, in “Alla Ricerca di Nemo”.
    Cosa rappresenta per me l’immagine dell’anemone?
    A cosa mi rimanda?
    Chi rappresenta?
    L’anemone è sinuoso. Asseconda i moti ondosi della barriera corallina senza venir strappato dalla roccia a cui si tiene ben saldo.
    L’anemone è urticante, ma è portato naturalmente a instaurare rapporti simbiotici con altri animali. Tra questi c’è il pesce pagliaccio, che si fa proteggere dall’anemone senza venir urticato, grazie ad una sostanza che produce sulla sua pelle.
    Chi è l’anemone?
    E’ lei? E’ la vita insieme a miei schemi con cui mi scontro sempre prima o poi?
    Io sono un pesce pagliaccio opportunamente mascherato (omen nomen) che oramai è abituato ad essere urticato, tanto da non accorgersene?
    E se l’anemone fosse la relazione con il suo connaturato senso di protezione, ma che necessita di una forte consapevolezza di entrambi per non venire “urticato” dalle rispettive ferite?

    A lei piacciono i fiori… e l’anemone è anche un fiore, molto fragile.
    Anemos significa vento.
    L’anemone danza con le onde… Il fiore ha l’etimologia del vento.
    Che sia di mare o di terra, l’anamone mi rimanda a due immagini che convergono a qualcosa di impermanente, in moviomento.
    Risuona l’assecondare anziché l’opporsi, il contrastare.
    Lasciarsi cullare dal movimento, provare a danzare come nella coreografia di Wayne McGregor in Lotus Flower (altro fiore con una forte simbologia).

    Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento

    Proverbio Cinese

    Quindi trasformare l’energia e costruire…

    …è sapere
    è potere rinunciare alla perfezione
    …
    Cadrà

    “a breve, la neve“

    Costruire – Nicolò Fabi
  • Capitolo Dieci – Moncus

    gennaio 8th, 2023

    Moncus é latino e significa difettoso, imperfetto, incompiuto.
    Moncus é l’origine etimologica di mancare.

    Mancare, é l’insoddisfazione, é vuoto, é assenza di qualcosa che c’era prima, é quella incompiutezza che rende imperfetto.
    Talvolta l’incompiuto rende perfetto.
    Nell’arte ci sono una infinità di opere incompiute. Secondo me la perfezione in questi casi sta nel fatto che, vedendole, smetti di pensare a cosa vedi con gli occhi ed inizi a chiederti come mai non è stata terminata. Con un po’ di curiosità si può scoprire molto di più della vita dell’artista e dei motivi dell’incompiuto. Quanti di voi non si sono incuriositi nel vedere Il ritratto di Ria Munk numero III di Klimt?

    Ma, come nel quadro, la mancanza é sinonimo di qualcosa di doloroso.
    Anni fa vidi un live dei Def Leppard mentre si esibivano in “Hyteria”.
    L’attenzione andò al batterista che era monco (sempre da moncus) di un braccio.
    Ovviamente mi informai di cosa gli fosse successo: un incidente in auto.
    Ma l’aspetto più interessante fu che il gruppo aspettó che si riabilitasse e imparasse a suonare una batteria ibrida acustica elettronica costruita ad hoc per lui.

    Nel mondo delle emozioni il mancare é spesso spiacevole. Effettivamente è come un arto che ti viene strappato.
    É sinonimo di un vuoto.
    La mancanza é sinonimo di una visceralitá strappata, recisa. Qualcosa che si sente unito, diventa diviso, separato.
    C’è una istantanea e dolorosa perdita di integrità.
    Basta pensare ad un lutto per la perdita di una persona importante, un padre, una madre, un legame amoroso, un lavoro consolidato, di un ideale o di una idealizzazione.
    La separazione é la sparizione dell’unione.
    Scomparire

    significa interrompere per sempre i legami con il mondo così come l’ho conosciuto

    La luce delle stelle morte – Massimo Recalcati

    Le galassie scompariranno dalla vista dei nostri telescopi quando la distanza che le separa da noi sarà incolmabile anche dalla luce.
    L’interruzione é come un taglio che ci lascia il vuoto di quella parte di noi che più aderiva all’altro lembo, come nei quadri di Lucio Fontana.

    Pensiamo che dire “ti amo” sia la più bella forma di espressione per esprimere un senso di unità. Ma la parola amore nasconde dei tranelli perché rinvia ad una serie di significati, é un contenitore di simbolizzazioni.
    Io credo invece che “mi manchi” descriva in maniera univoca il senso di separazione, di non unione.

    C’è più amore nel “mi manchi” che nel “ti amo”.

  • Capitolo Nove – Omino Bianco

    dicembre 23rd, 2022

    noi siamo il risultato delle parole che gli altri ci hanno detto

    J. Lacan

    Vi siete mai chiesti perché siete così come siete?
    Cosa vi ha definito nella vostra unicità?
    La vita vi ha plasmato oppure avete plasmato voi la vostra vita?
    Siete liberi?

    No, non è una versione seria del dialogo tra il doganiere e Troisi-Benigni nel film “Non ci resta che piangere”, anche se qualche lacrima fa sempre bene.
    Non è neppure una “marzullata”.
    Sono semplici (grammaticalmente parlando) domande introspettive, che quasi mai nessuno si pone.
    Chi arriva a queste domande, molto probabilmente, è in un punto della propria vita dove servono risposte non attingibili dal personalissimo bagaglio esperienziale cosciente (quello che deriva dal processo tipico del “ho un problema, cerco la soluzione, la soluzione funziona, ok memorizzo, la soluzione non funziona, ok ne provo un’altra”).
    Bisogna attingere alle radici, che, così come negli alberi, sono sotto terra, nascoste e protette.

    Ho sentito la frase di Lacan dell’incipit di questo post nell’E2.S3 di un podcast di Selvaggia Lucarelli che si intitola Proprio a Me.
    Gli haters della Lucarelli farebbero bene ad ascoltare l’E1.S1 del medesimo podcast, forse potrebbero connettersi meglio con questa persona che in fin dei conti, televisivamente parlando, impersona soltanto un personaggio volutamente un po’ stronzo, come se si fosse in un film; come per tutti, quello che mostra non ha nulla a che fare con quello che intimamente è lei.

    Il podcast parla del rapporto figli-genitori intervistando persone comuni con vite famigliari mediamente comuni.
    Quello a non essere comune è il come quelle famiglie, non necessariamente classificabili come disfunzionali, abbiano però creato sofferenza nei figli, sofferenza che inevitabilmente ne ha segnato le vita come un marchio a fuoco.

    Torniamo alla frase di Lacan.
    “Casualmente” si incastra perfettamente con il primo principio tolteco: Si impeccabile con le parole.
    Le parole sono strumenti di creazione, di connessione, di espressione potentissimi. Prendiamo la frase “ti amo”. Questa crea immediatamente emozioni piacevoli in chi la riceve ma anche in chi la pronuncia. Ma se è espressa con “peccato”, ovvero come strumento manipolatorio allora la piacevolezza diventa spiacevolezza sempre per entrambi (forse nel manipolatore questo aspetto è meno cosciente, ma qua si aprirebbe un capitolo lungo come la quaresima che non ho voglia ora di trattare).

    Riassumiamo. Ho messo sul piatto del post due aspetti: la parola come creazione (secondo Lacan e secondo i Toltechi) e la famiglia.
    Ma non dimentichiamo le domande iniziali.
    Ci trovate un collegamento? Avete capito dove sto andando con il “ragionamento”? Si, No?

    Chi siamo?
    Siamo Liberi?

    Noi nasciamo da un padre e una madre e per moltissimi anni siamo dipendenti da loro. Non siamo esattamente creta da plasmare, siamo piuttosto qualità in potenza da esprimere, come: amore, pace, gioia, forza, purezza.
    Ripensate ai vostri figli appena li avete visti nascere oppure dopo averli partoriti; sono sicuro che sono tutte cose che avete sentito risonanti immediatamente attraverso una profusione di emozioni.
    Ora provate a vedere quella potenza come un vestito bianchissimo: basta poco per macchiarlo, non è vero? Ci sono, però, macchie e macchie, alcune vengono via con poco, altre, purtroppo, rimarranno per sempre come degli aloni che si vedranno solo in controluce.
    Mi piace l’idea della “controluce” perché esprime esattamente quello che accade: qualcosa illumina qualcos’altro rendendola visibile, sensibile, sentibile e, se siamo veramente molto fortunati, conoscibile. La controluce ci attraversa come i raggi X di una radiografia, mostrando delle ombre.
    Allora le domande diventano: cosa ci macchia, chi ci macchia il vestito bianco che noi siamo e cosa ci illumina in controluce?
    Se mi avete seguito fino ad ora, la risposta è automatica: le parole che i nostri genitori ci donano e le scelte che noi stessi facciamo nel corso della nostra esistenza.

    I nostri genitori… noi stessi (quando lo diventiamo) facciamo del nostro meglio verso i figli. Ma purtroppo non siamo impeccabili e quindi creiamo macchie perché siamo stati macchiati a nostra volta da genitori non impeccabili a loro volta macchiati dai nostri nonni… seguendo questa catena di causa ed effetto potremmo tornare indietro di generazione in generazione fino ad arrivare a Lucy.
    Purtroppo, macchia su macchia, diventiamo allora un vestito macchiato, non più il vestito bianco iniziale.
    E’ difficile per tutti riuscireste a stare in mezzo alle persone con un vestito macchiato e istintivamente ci si protegge da qualcosa che non ci fa stare a nostro agio, quindi, semmai, pur di non vedere, mettiamo dei vestiti antimacchia sopra quello macchiato, oppure un vestito nero.
    Ma quando la controluce è accecante, non c’è vestito che protegga: le macchie si rivedono. Inoltre siamo stati talmente tanto tempo senza vederle che pensiamo che a macchiarci sia colpa della luce stessa.

    Portiamo vestiti per coprire le macchie, diamo colpa alla controluce se le vediamo… pensate ancora di essere veramente liberi?
    Libertà è girare con il vestito bianco anche se macchiato, liberà è non sentirsi in imbarazzo nell’ averlo.

    Alla domanda se plasmiamo la nostra vita o da lei siamo plasmati rispondo che fin tanto che nel proprio vocabolario rimane la parola colpa, allora è: entrambi! La plasmate con le parole, parole che spesso attingono alle macchie, siete plasmati dalla parole macchiate che avete ricevuto dai genitori.

    Se le parole creano, allora sostituire la parola colpa con la parola responsabilità diventa l’inizio della creazione di un cambiamento.

    Trovo pochissime persone che usino la parola responsabilità nella sua più corretta definizione del “dare una risposta”. Quasi tutte o non la usano oppure la considerano un sinonimo di colpa.

    Partire nel dare una risposta alle macchie del nostro vestito bianco è ciò che in fondo serve per iniziare a smettere di portare inutili vestiti ingombranti e colpevolizzare il/la controluce (che poi saremmo sempre noi, proiettati in qualcun altro che poi ci ritorna indietro).

    Con queste risposte in mano potremo usare parole che non macchiano il vestito bianco dei nostri figli in quanto finalmente consapevoli che alla fine non esiste vita subita, ma è sempre e solo esistita una vita scelta ma macchiata dalla deresponsabilizzazione.

    Ciao.

  • Capitolo Otto – Gnose te Ipsum

    dicembre 3rd, 2022

    Leggendo un libro sulla comunicazione non violenta (“Le parole finestre oppure Muri” di M.B Rosemberg) mi si è aperto un mondo che ho sempre sentito ma mai capito: le emozioni.

    Ieri, ad esempio, mio figlio ha preso un 5 1/2 in Epica. Nulla di grave dal mio punto di vista. La scuola è uno strumento di misura piuttosto che di erotica formazione e, se consideriamo che questo tipo valutazione non ha carattere di oggettività ma di soggettività, quel numero ha un valore relativo.
    Però a Lele (diminutivo di Emanuele) quel giudizio lo ha ferito.
    “E’ una stronza!”, “Mi ha dato quel voto solo perché le avevo fatto notare che si era sbagliata a mettermi nel primo gruppo!”, etc, etc…
    Lasciamo ora da parte l’oggettività delle motivazioni di io figlio, perché non è quello di cui voglio parlare.
    E’ la sua reattività quella che importa.
    Mio figlio, in tutto il suo livore, non ha mai detto: “Papà sono arrabbiato e abbattuto!”.
    Se mio figlio avesse detto quella frase, penso che gli avrei fatto subito un monumento.
    Perché, direte voi.
    Perché in quella semplice frase Lele avrebbe riconosciuto due emozioni e, soprattutto, che le stesse sono di sua responsabilità. Sarebbe a metà di un percorso di riconoscimento di se stesso in relazione alla rabbia e all’abbattimento e dei bisogni insoddisfatti che le hanno fatte emergere.

    Quando nella tua vita irrompe prepotentemente il lutto (per un genitore, un amore) quello che si prova è un forte senso di mancanza, di perdita di qualcosa, di porti sicuri, di idee, di sogni, di progetti, di indeterminazione del futuro. Il pensiero galoppa a cavallo dei ricordi piacevoli (raramente quelli spiacevoli), ci si sente un po’ come Santiago ne “il vecchio e il mare”: vicini alla morte.
    C’è una emozione che domina sulle altre ed è la tristezza.

    Non nego che in quella tristezza mi ci sono affogato, ma qualcosa mi ha spinto a chiedermi: perché la provo?
    Ma più in generale, perché siamo essere emotivi?
    Che funzioni hanno le emozioni?

    Ci avete mai pensato?

    Il semplice domandarsi di un perché ha fatto in modo che, anziché essere travolto dalle emozioni, su quelle stesse ho iniziato a galleggiare.
    Ed anche il pianto, le lacrime hanno iniziato, oltre che uscire copiosamente, ad avere un effetto di alleggerimento sul corpo.
    Anche a Lele, quando, terminata la fase d’ira, ho chiesto “Ma che emozione provi in questo momento?” e, aiutandolo con una lista di emozioni, è arrivato ad individuare la rabbia e il senso di abbattimento, si è calmato permettendomi di potergli chiedere: “Quale bisogno non senti soddisfatto?”.
    E la risposta è stata molto rapida per lui: il riconoscimento del suo impegno.

    Le emozioni ci parlano, mi parlano.

    Ho passato molto tempo della mia vita a considerarle poco, sebbene le sentissi molto bene. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito senza pelle, ma, solo perché a 51 anni non si può altro che essere adulti (grande cazzata galattica), ho sempre giudicato le emozioni spiacevoli come qualcosa di sbagliato, infantile, di cui vergognarsene, non da uomo maturo o, soprattutto evoluto.
    E’ condizionamento, lo stesso che dipinge il sesso maschile come debole se davanti ad un film si commuove.
    E questa cosa si è disintegrata maggiormente vedendo mio padre ad 85 anni, piangere come un bambino per la perdita di mia madre, ma, appena si accorge che lo sto osservando con i miei occhi umidi di naturale empatia, si blocca e dice “Basta! Basta!” rimettendo faticosamente una maschera che gli sta stretta. Che fatica deve fare questo grande uomo barbuto che ha sempre voluto dare in famiglia l’impressione di essere sicuro di sé!

    Quante persone vi hanno detto “stai nella tristezza!” e quante invece si prodigano o si sono prodigate nel darvi soluzioni del tipo “devi uscire, incontrare nuove persone, smetterla di essere triste!”?
    Quante, eh?
    Oppure quante volte la fuggite dimentichi che alla fine fuggite da voi stessi?
    Quanti giudizi impliciti in tutte quelle emozioni spiacevoli!
    E’ più assurdo pensare che la soluzione alla tristezza sia la negazione della stessa oppure che ci pervada per fare ciò che tutti voi sentite naturalmente, ovvero fermarsi, chiudersi un po’ di tempo in se stessi, recuperare energie e osservarsi intimamente per comprendersi?

    Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas
    (Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità)

    Sant’Agostino
  • Capitolo Sette – Paura

    novembre 30th, 2022

    Stamattina alle 5:30 ho preso una micro-dose di psilocibina.
    Non preoccupatevi, è sicura; sono almeno ad 1/10 della quantità che servirebbe per un “viaggio” di bassa intensità.
    Mi sono svegliato con una lieve palpitazione.
    Sapete cosa sono?
    Non è tachicardia.
    E’ quando percepisci molto bene il battito cardiaco.
    Prima di questo pesante 2022 mi capitava raramente di svegliarmi con queste palpitazioni, ma sempre e solo durante le pennichelle pomeridiane, ma mai ad un risveglio mattutino. Mi bastava aprire gli occhi, prendere consapevolezza e scompariva.
    Stamattina la palpitazione era leggera, costante, presente nonostante fossi conscio: bum-bum… bum-bum…bum-bum.
    Circa un’ora dopo l’assunzione la palpitazione è diventata più prepotente.
    Sono stato fermo ad osservarla per qualche minuto, sentendo il ritmo del cuore nel suo inesorabile procedere, notando se variava con la respirazione o con il cambio di posizione.
    Ad un tratto ho iniziato a provare un senso di ansia (forse più una paura) che non riuscivo a decifrare.
    “Spero che non sia la psilocibina, perché il suo effetto può durare fino a 6 ore. Non avrò esagerato!”, ho iniziato a pensare tra me e me in maniera ruminante.
    “Stai calmo, non è niente… Lolli, mi vuoi dire qualcosa (Lolli è il nome che ho dato al mio bambino interiore)?”.
    Improvvisamente il mio pensiero è diventato lucido per un frammento di secondo e mi sono chiesto: “Lolli, è paura dell’abbandono?”.
    Nello stesso istante in cui ho pensato all’ultima “o” della parola abbandono, le palpitazioni erano scomparse.
    Dalla posizione fetale in cui mi ero messo, come per volermi proteggere, sono passato a quella supina.
    Le palpitazioni continuavano a non esserci più.

    L’ho già detto precedentemente, ma per diventare più consapevoli di se stessi, è necessario imparare a dare un nome alle proprie emozioni.

    La parola è il messaggio che comunichi non solo a tutti e a tutto ciò che ti circonda, ma il messaggio che comunichi a te stesso

    Don Jose e Don Miguel Ruiz

    Sono convinto che molte persone siano analfabete emozionali.
    Quando abbiamo mal di stomaco è più facile pensare che sia colpa dello stress al lavoro. “Ho mal di stomaco perché ho una scadenza inderogabile”, “Ho mal di pancia perché tra poco mi interrogano”, “Sono inappetente perché mi sono lasciato con la ragazza”.
    Ci focalizziamo sul trigger o esternalizziamo il nostro sentire, spesso e volentieri, incolpando l’alterità.
    Quante volte abbiamo usato la locuzione “Tu mi fai star male…”?
    Io la chiamo la “festa delle dita accusatorie puntate verso l’altro” o della deresponsabilizzazione.
    Peccato che le emozioni siano soltanto nostre e che parlino di noi e noi soltanto. Peccato che non le sappiamo riconoscere.
    E se non le sappiamo riconoscere come pensiamo di riconoscerci?

    Stamattina, chiamando la palpitazione con il nome dell’emozione, le ho dato il riconoscimento che si merita. Ma non è finita qua.
    Nel riconoscerla, l’emozione è potuta venire a galla nell’unica maniera conosciuta da un bambino: piangendo.
    Ho lasciato al grido disperato il diritto di compiersi perché un genitore sa che è la cosa giusta in quel momento.
    La morte di mia madre, quella di mio cugino, la fine della mia relazione… un fiume in piena di eventi che portano alla constatazione che l’abbandono è una mia fragilità a cui ho il compito di dare una dignità di naturale accettazione, che siamo soli e che investiamo molto del nostro tempo per non sentirci tali attraverso una forma bulimica di sostituti o sostituzioni.
    Non è pessimismo cosmico leopardiano il mio, non sto dicendo che la natura è matrigna, che ci genera e poi ci lascia nella nostra sofferenza.
    La sofferenza è sempre un sintomo di mancata accettazione.

    Capire che siamo soli è la parte più facile.
    Sentire che lo siamo è più difficile perché c’è la paura del dolore.

    Accettare che è così, invece, prevede l’abbandonarsi all’abbandono.

    Ma vi avverto: è una delle cose più difficili da interiorizzare.

  • Capitolo Sei – Dark Side

    novembre 25th, 2022

    Luke: C’è qualcosa che non va qui. Sento freddo… morte!
    Yoda: Quel posto… è forte del lato oscuro della Forza. Un regno malvagio esso è. Dentro devi andare.
    Luke: Che c’è lì dentro?
    Yoda: Solo ciò che con te porterai. Le armi non ti serviranno.

    Star Wars – Il Ritorno dell Jedi – Episodio VI – 1983

    Della serie: non è mai troppo tardi.
    Ci ho messo 40 anni per capire pienamente questo dialogo.

    Siamo un po’ abituati al pensiero dicotomico: buono/cattivo, giusto/sbagliato, colpa tua/colpa mia. Anche nella favola di Star Wars si descrive il lato oscuro come qualcosa di malvagio.

    Solo i nerds forse sanno che il legame tra il lato chiaro e quello oscuro della forza è stato trattato meglio in episodio di un cartone animato che parla del pianeta Mortis, dove un padre tiene in equilibrio un figlio che rappresenta il lato oscuro e una figlia che rappresenta il lato chiaro.
    Non vi ricorda qualcosa? No. Ok, andiamo avanti.
    In quell’episodio emerge che la forza non è giusta o sbagliata, chiara o oscura. La forza è la forza e necessita di equilibrio nel suo utilizzo. La forza, come disse Obi One Kenobi è

    “una energia che ci circonda, ci penetra, mantiene unita tutta la galassia“

    La forza dà coerenza, insomma.


    Ora proviamo a fare un esercizio. Sostituiamo “forza” con la parola “consapevolezza”, la parola “universo” con “coerenza animica” evitando, di dare una qualche connotazione religiosa al termine (anche se quella orientale mi piace molto di più).
    Si potrebbe quindi pensare che il lato chiaro sia il lato conscio e il lato oscuro sia l’inconscio. Io ci trovo molta assonanza, anzi risonanza.
    Ma proviamo ad andare avanti con la similitudine.
    Tutta la saga dimostra soltanto una cosa: che né i Jedi né i Sith (rispettivamente i cultori della luce e dell’oscurità) possono riuscire a governare l’universo solo attraverso un lato solo. Falliscono. La repubblica fallisce, l’ìmpero fallisce. Eppure tutti avevano lo stesso obiettivo: portare ordine nella galassia.
    L’unica soluzione è una diade: qualcuno che incarni entrambi i lati.

    Se questa narrazione ha un senso, allora potremmo dire che convergere nella coerenza animica è possibile se e soltanto se scoperchieremo e integreremo anche il lato oscuro.
    Taaaac (cito Pozzetto), in un battibaleno siamo arrivati a Jung partendo da un pop Movie.

    Lungi da me ora fare un trattato psicologico, non ne ho le competenze, ma con questa similitudine favolistica volevo solo arrivare a dire che non c’è crescita personale se non:

    Rendi conscio l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.”

    Carl Gustav Jung

    perché:

    Ciò che non si comprende, si ripete

    J.Krishnamurti

    Ora, per capire meglio il mio discorso. rimane da capire cos’è l’inconscio. Mi hanno insegnato che le parole sono solo contenitori e ognuno ci mette dentro quello che vuole (qua avevo pensato di fare una divagazione sulla frase “ti amo”, ma sarebbe stato solo uno sfogo personale e quindi ho lascito stare).
    Allora, lato oscuro, ombra, inconscio… voi cosa ci mettereste dentro quei sinonimi se vi dicessi che è il contenitore degli irrisolti, le paure, le emozioni mal gestite, il dolore tramutato in amarezza, cioè è tutto ciò che non comprendiamo di noi stessi e che crea le nevrosi che scolpiscono le relazioni che abbiamo con gli altri e con la realtà stessa?

    Io ho preso la mia decisione: voglio vivere consapevolmente.
    Per questa decisione devo ringraziare il mio ultimo fiore del male, ma soprattutto e ancora prima, il dolore per la perdita dell’unico porto sicuro che avessi: mia madre.
    Non è un ringraziamento ironico.
    Lo ringrazio veramente per aver bussato alla mia porta così prepotentemente perché altrimenti, come tanti di voi, lo avrei combattuto invece che accoglierlo e ascoltarlo.
    Allora ben venga il mare è mosso o, usando una similitudine per chi vola in parapendio, teniamo la termica fino alla base cumolo, sebbene sia sventata e naturalmente turbolenta.
    Ben vanga il pianto, la rabbia, la riluttanza, la tristezza, la frustrazione, la delusione, la rabbia, la nostalgia, il lutto e tutto quel patrimonio di emozioni spiacevoli di cui preferiamo ignorare il messaggio interiore per paura di scoprire il nostro personalissimo vaso di pandora fatto di senso di abbandono, scarsa autostima, senso di poca amabilità e fallimento.

    E poi, solo alla fine…. fiat lux.

  • Capitolo Cinque – La ricerca

    novembre 21st, 2022

    “Lorenzo ha delle curiose liti con se stesso sempre silenziose (le manifesta con gli occhi molto espressivi) e cerca con serietà le cause dei suoi piccoli (limitati e momentanei) insuccessi.”

    Maestra Carla Mietto – Pagella 1 Elementare – 2°Q A.A 1977

    Perchè?
    Perchè?
    Perchè?
    Perchè?
    Perchè?

    Li avete contati? Sono cinque. E’ il numero perfetto del problem solving.
    E’ il numero dei cinque sensi.
    E’ il numero della consapevolezza, delle dita di una mano, del potere dell’uomo, etc, etc, etc…
    Sakichi Toyoda insegna che cinque sono i “perché?” che ci dobbiamo domandare per arrivare alla “root cause” di un problema.
    “Chissà che invenzione!”, potreste replicare. Ed avreste pure ragione, dal momento che un bambino domanda naturalmente durante la sua crescita e il suo apprendimento.
    Ma, come ho sempre pensato, invecchiando non si fa come il vino: si peggiora. Diventando “adulti” sostituiamo le domande con le certezze e la naturale e umilissima ignoranza (sempre dal latino ignoro, as, avi, atum, āre che significa essere all’oscuro) con i giudizi granitici.
    L’essere bambino (potenzialmente) è il momento migliore della nostra vita, con la sua curiosità, con la sua mancanza di filtri, con pochissime maschere se ha la fortuna di crescere in un ambiente quasi sano.
    Essere bambino è qualcosa che perdiamo per strada, ma non come si perde una monetina da una tasca. Lo perdiamo nel senso che ce ne dimentichiamo.
    Pensate che tutte le vostre emozioni siano della vostra parte adulta solo perché avete 30-40 o 50 anni?
    Vi siete mai chiesti, appunto, perché gli anziani su un letto d’ospedale, quando hanno perso quella che noi chiamiamo “lucidità” iniziano a chiamare la mamma o il papà?
    Mi sono reso conto di questo aspetto nel 2003 quando, complice un femore rotto per un incidente in MTB, dovetti stare un mese in ospedale.
    Ero in ortopedia traumatologica, un reparto che per natura è sempre pieno di anziani. Durante la notte alcuni di loro, penso i più vicini alla morte, con voce sofferente e quasi infantile, chiamavano disperati i genitori: “Papaaaaà! Mammaaaa! Mammaaaa!”.

    Adesso faccio l’uomo di cultura, ma in realtà è uno dei pochi ricordi della letteratura italiana che mi porto dietro dal Liceo:

    C’è in noi un bambino che non ha solo brividi, come pensava Cebes di Tebe – il primo a scoprire la sua presenza – ma anche lacrime e momenti di gioia. Quando siamo ancora giovani, confonde la sua voce con la nostra, e dei due bambini che corrono e, nel divertimento, lottano e, sempre insieme, provano paura e speranza, che esultano e piangono, un solo battito del cuore si sente, un grido, un gemito. Ma noi invecchiamo, e lui rimane giovane; nuovi desideri si risvegliano nei nostri occhi, e lui si aggrappa alla sua serena antica meraviglia; le nostre voci si approfondiscono e si induriscono, eppure il suo continua a risuonare come un rintocco. Un rintocco segreto che non sentiamo, forse, così distintamente nella nostra giovinezza come negli ultimi anni, perché allora siamo così impegnati a lottare e a farci valere che abbiamo poco tempo per pensare all’angolo della nostra anima da cui risuona…”.

    Giovanni Pascoli

    Studiandolo alle superiori, nessuno di voi ha sentito una risonanza?
    A me è successo con Pascoli e Leopardi (quest’ultimo già in terza media).

    Vabbè, tutta questa “tiritera” sul bambino per arrivare a dire che mi sento ancora nella fase dei perché, che alla mia età è sinonimo di curiosità.
    Sento che ho bisogno di comprendermi.
    Sento di essere arrivato al quinto perché di Toyoda, ma… ora che faccio?
    Sento di essere arrivato a quel punto dove devo lasciare quella razionalità che ho sviluppato fino ad oggi (forse anche per sopravvivere) e provare con curiosità altre strade per soddisfare il mio desiderio di riconnettermi, almeno, con il bambino interiore che in questi ultimi 5 mesi ha preso qualche clamorosa batosta e sta urlando insistentemente.

    Soltanto dopo questa connessione o riconnessione, tutti i discorsi del lasciare andare, del non farne un fatto personale, del non supporre nulla, del osservare senza giudicare, lo zen, lo star nel presente, lo star nel dolore nel ruolo trino del bambino-adulto-genitore come un padre-un figlio e uno spirito santo potranno avere una idea di fattibilità.

    In questo periodo della mia esistenza è come se avessi a che fare con adolescente, con un roller coaster di emozioni.
    Sicuramente è una fase di disintossicazione dal ciclo di dopamina, serotonina, ossitocina, dal rinforzo intermittente di una banale relazione “tossica” ma questa biochimica esiste perché c’è un Lolli che non è riuscito a trovare un interlocutore in Lorenzo.
    Anzi, probabilmente Lolli manco ascolta Lorenzo, visto che per anni “è stato tutto razionale!”.

    Una caratteristica che ho, tra le poche cose che so di avere, è la determinazione, che talvolta sfocia nell’intestardimento.
    A questo giro di boa, in questo 2022 tutt’altro che facile io è il mio bambino interiore ci ricongiungeremo in qualche maniera.
    Direi che l’ho lasciato solo per troppo tempo e se non lo faccio sono consapevole che rischio di essere un amministratore condominiale in un condominio dove so che ci sono degli inquilini ma a cui non riesco dare un nome sul campanello della porta di ingresso.
    So già che non sarà facile.
    So già che ci vorrà un pallet di kleenex®.
    Ma come ho scritto all’inizio di questo diario: se non ora quando?

    Avete mai sentito parlare della psilocibina?
    Voi vi chiederete: ma cosa c’entra?
    C’entra eccome.
    Ma credo che sarà argomento del prossimo capitolo.


  • Capitolo Quattro – La Ferita

    novembre 16th, 2022

    Ask yourself, ‘Who’d watch for me?
    ‘My only friend, who could it be?’
    It’s hard to say it
    I hate to say it
    But it’s probably me

    (It’s Probably Me – Sting)

    Le pareti bianche.
    La barella.
    Mia madre che mi lascia all’infermiera con 5 lire in mano dicendomi: “vai con loro a prendere un ghiacciolo!”.
    La consapevolezza che era una bugia.
    Il timone e il delfino del soldo di latta.
    L’espressione struggente di mia madre mentre mi allontano sulla barella.
    Mio padre che abbraccia mia madre che piange.
    Io che piango e chiamo “Mammaaaa!”.
    La sala operatoria verde.
    La maschera nera dell’ossigeno.
    Lo strumento chirurgico zigrinato.

    Questo è il più lontano ricordo che ho.
    Avevo 3 anni.
    Ora ne ho 51 ed è ancora vivido il senso di disperazione, tradimento ma soprattutto abbandono.

    L’operazione alle tonsille è sempre stato un ricordo insieme a tanti altri ricordi. Ha sempre però rappresentato l’icona di un insieme di rimembranze non piacevoli.
    La mia attesa ansiosa all’uscita della scuola materna, i miei compleanni disperati e mai voluti, la gita a Pietrachetta, la mattina con “le mani in pasta” davanti al Teatro Municipale, il primo giorno del corso di nuoto in piscina, il primo giorno di scuola elementare… c’è un intero cluster di ricordi che hanno tutti lo stesso sapore amaro.

    Non ho dato mai peso a queste rimembranze, perché nella vita sono sempre stato solare, sorridente, mai scettico a priori verso le persone. Semmai un po’ timido, ma una volta sbloccato, molto partecipativo.
    Non si possono avere solo ricordi felici della propria infanzia, no?
    Non nego, però, che una parte di me sentiva, in maniera del tutto vaga, che fossero la base di qualcosa di più importante, qualcosa che mi riguardasse più profondamente.

    Cosa rappresentassero per me quei ricordi e quanto mi abbiano condizionato nella vita sentimentale l’ho scoperto soltanto con la psicoterapia.

    Non so quanti di voi siano avvezzi alle questioni psicologiche, ma tutti noi siamo persone ferite dall’infanzia. La dimostrazione sta nel fatto che reagiamo o, come direbbero i Toltechi, ne facciamo un caso personale. Siamo reattivi, meccanici ogni volta che qualcosa ci innesca: un tono, un gesto, una frase, una atteggiamento.
    Anche i bisogni nascono dalle ferite.
    Essere consapevoli delle ferite, ovvero capirne la causa-effetto, darci il giusto peso è un primo passo verso una forma di liberazione.
    E’ un gradino verso la propria emancipazione o, in un senso spirituale, verso la personale crescita interiore.

    Benché avessi le immagini nitide di quegli eventi, non mi ero mai soffermato a dare un nome a quei sentimenti.
    Sapevo solo che erano spiacevoli, sapevo che piangevo. Nulla di più.
    C’è voluto del tempo e altre lacrime in età adulta per capire che dietro a quei ricordi c’è la più “semplice” delle ferite: non essersi sentiti sufficientemente amati da un genitore.
    Attenzione!
    Non c’è bisogno di aver vissuto in famiglie in cui c’è stata violenza o un completo disinteresse genitoriale per avere delle ferite.
    Così come in natura bastano piccole vibrazioni per incrinare un cristallo o un semplice marciare di soldati per far crollare un ponte, credete veramente che non possa succedere la stessa cosa in un bambino piccolo che dipende dai genitori?
    Chi di voi lettori è un padre o una madre non ha assolutamente idea di quanto si possa essere un elefante in una cristalleria nell’stante in ci si relaziona con un figlio piccolo.
    Provate a pensare a voi stessi nella vita quotidiana, a quando non vi sentite capiti dal vostro partner, amico, responsabile lavorativo. Pensate al sentimento negativo che provate (frustrazione? demotivazione? insoddisfazione? irritazione? vergogna? rabbia?…. ). Cosa vi succede?
    Da “grandi” c’è (o ci dovrebbe essere) una parte adulta che media questa spiacevolezza ed è in grado di darne un peso relativo, di prendere alcuni aspetti buoni, di scartare il superfluo senza però farne una crisi esistenziale.
    Ma in un bambino per cui il genitore è tutto ed è fonte di vita?
    Secondo voi, che peso può avere?
    La domanda è retorica: un peso immenso.
    Ed è proprio per questa naturale “dipendenza” che il bambino ha verso il genitore che le stesse figure genitoriali non verranno mai messe in discussione con il risultato che il bambino si incolperà e si adatterà in qualche modo pur di riacciuffare quel senso di amabilità che pensava di aver perso o, peggio, di non meritare.
    In quel preciso momento si crea la ferita; il conseguente adattamento, invece, si trasforma in condizionamento.
    Avete presente il cane che si mette seduto e vi da la zampa per del cibo?

    Ritornando al mio vissuto, ogni ricordo spiacevole era una ferita, semmai la stessa che veniva più volte riattivata in modalità diverse.
    Dargli un nome non è stato indolore: senso di abbandono, senso di non essere visto.
    La parte adulta di me sa benissimo che mia madre e mio padre mi hanno amato.
    Basterebbe osservare i loro sacrifici pratici ed economici per darmi un futuro (studio, divertimento, casa…), per aiutarmi nella separazione e nel post separazione.
    Quello è stato il loro modo di amarmi, nulla di più. Un amare (il loro) che indubbiamente è la conseguenza del fatto che anche mio padre e mia madre sono stati figli (del dopo guerra, aggiungo io) di genitori non “elefanti” ma, molto più probabilmente, “mammoth”!
    Ma è altrettanto vero che non sempre queste azioni corrispondevano esattamente a ciò che serviva alle mie ferite infantili.

    “L’amore condizionato” è transgenerazionale.
    “L’amore condizionato” è karma che passa dai genitori ai figli.
    “L’amore condizionato”, per definizione, ci ferisce.
    La ferita ci condiziona.
    Il condizionamento diventa un sistema di credenze: non sono… ma sarò amabile se…

    Un bel casino, eh?

    Il tutto è aggravato dal fatto che molti (se non tutti) pensano che il tempo passa, si cresce e certe cose provate da bambino diventano il passato, entrano nel “dimenticatoio”, qualcuno neppure se le ricorda più… puff. Dove sono? Non ricordo!
    Peccato che dentro di noi rimane la memoria di tutto, nulla viene buttato via.
    Siamo uno, siamo centomila (tolgo il “nessuno” pirandelliano perché qualcosa siamo sempre) e non importa se non lo ricordiamo nella memoria storica.
    Rimane nella memoria emotiva, rimane nell’incoscio, rimane in quel lato oscuro junghiano, rimane nello yin. RI-MA-NE!
    E se nessuno si prende l’onere di darle voce, la ferita passa nel vostro stomaco, nella vostra pupilla dilatata, nella vostra malattia esantematica, rimane nelle vostre scelte o relazioni disfunzionali, rimane nella ricerca di un salvatore, rimane nella ricerca di qualcuno da salvare, rimane nel non essere mai soddisfatti, rimane nel fumo, rimane nella ossessione dello sport, rimane negli acquisti compulsivi, rimane nel voler essere egocentrici, rimane nella vosta scarsa empatia, rimane nel vostro auto sabotarvi, rimane nella vostra mania di controllo o di perfezione, rimane nel come vi relazionate al cibo, rimane nelle vostre idealizzazioni o nel loro reciproco, le svalutazioni, rimane nel vostro attaccamento ad una persona o un animale, rimane in ogni forma di dipendenza che surroga altro… rimarrà nello specchio che vi darà vostro figlio.

    La ferita può guarire.
    Questa è una buona notizia.

    Ma l’unica persona che può prendersene cura, l’unico genitore di quel bambino che non c’è più fisicamente ma esiste interiormente, strilla, piange, si arrabbia, odia, accusa, trova alibi, si aggrappa, scappa via non può essere niente o nessun’altro se non te stesso.
    Tu soltanto potrai essere quel genitore che non hai potuto avere.
    Tu soltanto potrai darti l’amore incondizionato.

    Quindi…

    “E’ dura da dire
    Odio dirlo
    Ma probabilmente sono io”

    PS: ascoltate l’inizio del nuovo brano di Niccolò Fabi…



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