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La Passione non di Cristo

  • Capitolo Ventitré – In verità

    Maggio 22nd, 2024

    La paura è il grande ostacolo che blocca ogni sentimento. Non c’è amore dove c’è paura.
    (Tiziano Terzani, “Un’idea di destino. Diari di una vita straordinaria”)

    Sono tornato.
    E’ passato quasi un anno dall’ultima riflessione e in tutto questo tempo nuove consapevolezze sono emerse, nuovi approcci all’interrogarsi (tarots, tema natale, chakra, etc, etc…) sono stati curiosamente avvicinati semplicemente per capire una intima complessità che giaceva in ombra. Qualcuno di più erudito di me l’ha chiamato “processo di individuazione”, ovvero il portare alla luce ciò che siamo attraverso la nostra naturale capacità di “esperire” l’esperienza.

    In questo mio personalissimo percorso, la mia passata relazione karmica ha un ruolo determinante, amplificata anche dalla perdita di mia madre.
    A distanza di mesi ha avuto il potere di illuminare parti di me che si muovevano dietro la mia maschera, le mie convinzioni e i miei condizionamenti.
    Il fatto che certe intuizioni mi arrivino dopo tanto tempo (ma è poi veramente tanto questo tempo?) non credo che sia un segnale del non aver ancora “lasciato andare” quella relazione; non è un essere ancora impantanati.
    Credo che sia invece un segno del naturale processo di rielaborazione della relazione, un uscire, delicatamente e lentamente (senza ansie compensative) dal non più proficuo loop del “io ho detto/fatto – tu hai fatto/detto” o della dita puntate verso le “colpe” dell’altro al solo fine di nasconderci per primi dall’assunzione delle nostre responsabilità.
    E’ come essere l’arcano VIIII – L’Hermite che, nella propria solitudine, illumina con la lanterna il passato per trarne saggezza.

    In tre anni di pesante relazione disfunzionale con la mia ex, mi sono visto troppe volte come vittima e mai come carnefice.
    Ho già spiegato (forse in un post precedente) come sia del tutto inveritiera questa polarizzazione.
    Colui che per noi è fonte di tossicità sarà a sua volta “vittima” di una forma di tossicità di cui noi siamo inconsapevolmente portatori.
    Ogni disfunzionalità è quindi sempre biunivoca, ma non solo nella relazione io-te/te-io; lo è anche nel io/me-me/io.
    In altre parole tutti siamo potenzialmente un “veleno” per l’altro e, contemporaneamente, siamo potenzialmente veleno per noi stessi; è altresì vero che non tutti siamo predisposti ad intossicarci.
    E’ importante che capiate una cosa: le persone non sono tossiche in quanto tali (spesso si cade nella credenza opposta), è sempre la relazione che lo può diventare.
    E’ come in chimica: se prendo della glicerina e la faccio gocciolare in una miscela di acido nitrico e acido solforico, ottengo la nitroglicerina, cioè un esplosivo altamente instabile.
    Quello che ognuno di noi porta di irrisolto nella relazione può portare ad una relazione “tossica”.
    Per il mio grado di consapevolezza, io ero destinato ad intossicarmi.
    In psicologia mi hanno detto che ripetevo uno schema appreso per porvi rimedio… In spiritualese, che la mia anima voleva fare quel tipo di esperienza… In alchemichese, che dovevo conoscere la morte, per poter rinascere. Insomma… la strada verso quell’esperienza era tracciata.

    In questo mio personalissimo percorso, la relazione karmica ha avuto un ruolo determinante, amplificata notevolmente anche dalla perdita di mia madre. A distanza di mesi ha avuto il potere di illuminare parti di me che si muovevano dietro la mia maschera, le mie convinzioni e i miei condizionamenti.
    Il fatto che certe intuizioni mi arrivino dopo tanto tempo (ma è poi veramente tanto questo tempo?) non credo che sia un segnale del non aver ancora “lasciato andare” quella relazione; non è un essere ancora impantanati.
    Credo che sia invece un segno del naturale processo di rielaborazione della relazione, un uscire, delicatamente e lentamente (senza ansie che portano spesso a scelte affrettare e compensative) dal non più proficuo loop del “io ho detto/fatto – tu hai fatto/detto” o della dita puntate verso le “colpe” dell’altro al solo fine di nasconderci per primi dall’assunzione delle nostre responsabilità.
    E’ come essere l’arcano VIIII – L’Hermite che, nella propria solitudine, illumina con la lanterna il passato per trarne saggezza.
    In qualunque modo la vediate, ho cercato lei per ritrovare me e rivivere a nuova consapevolezza.

    E’ capitato, in tempi recenti, di capire molto chiaramente quanto quel “fiore del male” non mi abbia amato e di quanto fossi per lei funzionale alle sue paure/insicurezze di bambina ferita.
    Parlo di tempi recenti non perché abbia aperto gli occhi in ritardo.
    Ad onor del vero la mia parte più saggia (ma non per questo determinante emotivamente) lo aveva capito da molto più tempo, forse sin da subito. Ma era stata messa a tacere da un’altra mia parte, ancor prima che potesse esprimere completamente il suo messaggio.

    Ci pensa la vita allora metterti sempre di fronte al ciò che è per come è, per darti la possibilità di capire la realtà in base al nostro personalissimo grado di consapevolezza.
    Quindi è capitato di dover ritornare a pensare alla dinamica “io-te” ma, a questo giro di boa, mi sono chiesto: ma quanto è vera questa narrazione che mi sto raccontando? Sono veramente sicuro di poter affermare che io fossi nell’amore e lei fosse nel bisogno per paura (modo forbito per dire semplicemente che io l’ho amata e lei non mi ha amato, modo subdolo per dire che io ero il buono e lei la cattiva)?
    Avevo da tanto tempo tutti i tasselli in mano, ma non riuscivo mai a connetterli in maniera equanime. Arrivavo sempre a vedere me come vittima e lei carnefice. Perché mi risultava così difficile dare un peso al fatto che, nonostante lei mi avesse mostrato i suoi limiti relazionali, il suo evitamento per non parlare della sua mancanza di empatia, io fossi stato compiacente fino al punto da riaccoglierla ad ogni ritorno?
    Non mi stava puntando la pistola alla tempia nessuno!
    L’illuminazione è arrivata ripensando alla frase di Terzani grazie alla quale ho iniziato una benefica assunzione di responsabilità.
    Assumersi la responsabilità è come trasformare il serpente da rettilineo ad Uroboro.

    Potevo io dirmi senza paura in quella relazione? Potevo dirmi di essere stato l’unico nell’amore?
    Assolutamente no: io ho provavo molta paura, soprattutto quella di essere abbandonato o di non avere sufficiente valore per lei (mie paure che lei -guarda caso – è sempre riuscita a mostrarmele quasi con precisione chirurgica).
    Lo dico con sincerità. Questa consapevolezza ha portato una parte di me a provare un sollievo, come se questa semplice osservazione avesse il potere di rimettere la palla al centro in quell’inutile battaglia interiore tra il sentirmi essere dolorosamente nel giusto e lei felicemente nello sbagliato.

    Ma questa osservazione non bastava.
    Perché mi sono sentito di essere nell’amore anche se ero nella paura (e quindi nel non-amore)?
    Anche qua la risposta non ha tardato ad arrivare.
    Perché avevo identificato l’agire con il principio che ha mosso l’azione stessa.
    In altre parole ho attinto alle stesse stesse modalità espressive dell’amore (cura, sostegno, presenza) ma spinto dal desiderio di trattenere, di ammaliare con il fine di conquistare una sicurezza. Cercavo di comprare qualcosa, insomma.
    Ma non finisce qua.
    L’analisi diventa ancora più sottile.
    Domanda al lettore: che aggettivo useresti per quella persona che, pur dichiarando di aver capito le tue condizioni per un eventuale riavvicinamento, ti chiede il suddetto riavvicinamento (accettando implicitamente le condizioni) ma poi dimostra di voler rimanere nello stesso schema relazionale disfunzionale?
    Molti di voi potranno usare l’aggettivo “sleale”.
    Ho pensato spesso alla sua slealtà contrapposta alla mia presunta lealtà.
    Ma quanta lealtà c’è stata da parte mia nel definirmi nell’amore quando non lo ero? Quanto ero leale con me stesso nel ricadere nel pensiero che il mio agire avrebbe cambiato il suo modo di essere?
    Quanta lealtà c’è stata da parte di entrambi se eravamo, seppur in forma diversa, non autentici?
    Quanta felicità abbiamo barattato in cambio di una sicurezza?
    Abbiamo entrambi tradito l’altro, chi in maniera manifesta, facilmente riconoscibile, chi nell’ombra.
    Ho parlato di amore per lei ma in verità amavo il suo farmi sentire importante in un momento in cui avevo bisogno di sentirmi tale.
    Lei ha parlato di amore per me ma in verità aveva bisogno di non sentirsi sola.
    Ho parlato di amore per lei ma in verità mi prendevo cura dell’altro per prendermi cura di me.
    Lei ha parlato di amore per me ma in verità voleva sentirsi accudita come una figlia, sentirsi importante, avere un potere che in famiglia le mancava.
    Ho parlato di amore per lei non volendola abbandonare come era successo in famiglia, ma in realtà non volevo abbandonarmi a me stesso (leggasi in solitudine).
    In verità nessuno ha mai voluto vedere l’altro per come era; entrambi abbiamo preferito proiettare e amare una nostra idealizzazione in quanto surrogato di ciò che ci mancava.
    Nessuno ha mai voluto vedere l’altro perché non vedevamo noi stessi.
    E di fronte al frantumarsi di ciò, si è finiti per scappare o rincorrersi, invertendo i ruoli… nel tentativo di colmare quelle mancanze… nella speranza di un cambiamento senza una reale voglia di cambiare.

    Ecco la verità.
    Nel profondo, Io non ero meglio di lei.
    Fine dei loop.

  • Capitolo Ventidue – Inter Nos

    Maggio 20th, 2024

    (Pubblicato oggi ma scritto nel 26 agosto 2023)

    A: Come ti senti?
    B: Sai che è una domanda difficile?
    A: Allora chiudi gli occhi e ascolta il tuo corpo.
    B: Sento una peso al plesso solare, non eccessivo ma sento che c’è. Da lui salgono emozioni che talvolta arrivano alla gola e da lì possono trasformarsi in lacrime.
    A: Sono quindi emozioni spiacevoli.
    B: Si. Mi sento di aver perso tempo dietro un sogno irrealizzabile. Di avere dato fiducia sulla base di parole e di non avere guardato i fatti. Sai quando credi che la persona ti ami e che valga la pena star nell’amore poi ti accorgi che molte cose erano solo nella tua testa e quindi ti sei auto-sabotato? Mi sento di aver negato tante cose, di me, della relazione, idealizzandone altre per paura di vedere.
    A: Guarda che sento anche io quello che senti tu. Sono solo più distaccato dalle emozioni, ma le sento come te, visto che sono te. Mi vuoi dire che ti senti deluso di te stesso?
    B: Parecchio. E’ un senso di tradimento (misto a delusione) per non averti ascoltato. Ancora adesso faccio fatica accettare che alla fine sia stato un gioco di potere dove ho contribuito con l’essere prima un salvatore e poi una vittima. Sento di essere responsabile di ciò che mi è capitato, ma sento in me una buona fede. Mi capisci?
    A: Mi vuoi dire che le responsabilità non sono tutte tue?
    B: Si. E questo porta una componente amarezza che deriva dal sentirsi anche presi in giro.
    A: Perché ti senti preso in giro?
    B: Sai che, ora che ci penso, è altro? E’ un senso di ingiustizia verso la vita. Nell’ultimo anno e mezzo sento di aver comunque speso energie positive nella relazione, di aver cercato connessione, ascolto empatico. Non penso di aver speso così tante energie neppure con la madre di mio figlio. Con lei mi è venuto istintivo essere comprensivo sia mentre ero in una modalità “salvatore” sia nella modalità “vittima”, perfino mentre ero un ex. Le sue ferite, hanno avuto priorità sui miei bisogni e io mi sono sicuramente perso nel tutelare una ferita abbandonica altrui. Mi rendo conto che l’empatia che ho messo “in campo” mi ha fatto certamente comprendere l’altro, ma mi ha portato a giustificare qualcosa che andava contro i miei confini. Sento anche che tutto questo dall’altra parte sia stato dato per scontato, in parte o totalmente, anzi… Non gli si è dato valore. Sono rimasto nell’amore. Ma alla fine rimango solo.
    A: Mi vuoi dire che non senti empatia da parte sua?
    B: Poca. Io non credo che abbia pensato a me, alla sofferenza che provavo ogni volta che mi lasciava. Se penso che l’ultmo ritorno è avvenuto ad una settimana dalla morte di mia madre con promesse di un profondo amore e tre mesi dopo tutto era ribaltato… se penso che in ogni suo ritorno non c’è mai stato un momento in cui mi abbia detto “…scusa se ti ho fatto soffrire…”, mi sale un forte senso di sconforto. Poi c’è il peso delle mie responsabilità perché ogni volta che è tornata l’ho accolta e penso che questo abbia fortemente contribuito a farmi considerare di basso valore ai suoi occhi; mi sono trasformato in un porto sicuro “genitoriale” quando il fuoco in me ardeva in altre maniere; mi sono auto-sabotato e ho dato all’altro gli elementi per considerarmi molto funzionale a dei bisogni. Insomma ho dato modo di svalutarmi ai suoi occhi. Anche questo è per me sofferenza. Ma la responsabilità di mantenere i miei confini è e sarà sempre mia. Pretenderlo dagli altri è una favola.
    A: Credo che sia per quello che si dice che quanto più ti sai amare, tanto più riuscirai amare. Perché è come rompere pezzo per pezzo l’idea del sacrificio a tutti i costi. E’ interiorizzare pienamente l’amare l’altro come se stessi in un rapporto di reciprocità.
    B: Tanto tempo fa, quando si parlava di tossicodipendenza, non riuscivo a capire che difficoltà ci fosse per un genitore il lasciare andare un figlio tossico alle conseguenze della sua incapacità di volere vivere. Mi chiedevo come facessero i genitori a continuare ad accogliere un figlio che semmai rubava in casa per la dose, non rispettando i confini. Ora penso si saperlo. La difficoltà non è l’azione in se stessa, ma il peso che quella azione porta con sé che deriva dalla nostre irrisoluzioni. Io mi sono sentito così: incapace di reggere decisioni necessarie al mio benessere per non sentirmi abbandonato e solo. L’abbandono e il tradimento sono le mie irrisoluzioni e, guarda caso, lei me le ha attivate con una precisione chirurgica.
    A: Ehh… la capacità di dare e sostenere le conseguenze di un’azione ad una persona che ci ha ferito è qualcosa di importante, che attinge al saper reggere anche le nostre emozioni contraddittorie. Spesso lo si confonde con la mancanza di perdono. Ma non c’entra nulla. Puoi benissimo perdonare qualcuno ma, contestualmente, non volerci più niente a che fare. Però ci vuole una buona dose di distacco. Si può comprendere e provare anche un senso di compassione che non ha nulla a che vedere con il giustificare. Ti pesa questo aver giustificato il suo comportamento?
    B: Molto. Mi fa sentire un debole che non si è adeguatamente protetto. Mi vedo come mia madre che per tutta la vita ha continuato a giustificare gli atteggiamenti svalutanti di mio padre per tutta una serie di condizionamenti famigliari, sociali e anche per il suo bisogno di difendere la sua mancanza di autostima. E pensare che alla Cicci dicevo che doveva diventare più ferma nel respingere quell’atteggiamento perché non era rispettoso. E mia madre lo faceva per un po’, (mai oltre 2 giorni) poi mi diceva che non ci riusciva a tenere il broncio, che mio padre era buono; gli scriveva una lettera dura, ma di apertura, lui la leggeva, si ammutoliva e poi arrivavano dei fiori. Fatta la pace, c’era la tregua ma poi, a distanza di settimane o mesi, un altro ciclo si sarebbe aperto. Adesso che lei non c’è più, mio padre è senza una bussola, depresso, in perenne rimarginazioneuminazione di mia madre. Mio padre scopre, con la morte, quanto quella persona che svalutava in realtà fosse il suo unico pilastro su cui reggeva la sua poca autostima che tentava di curare svalutando mia madre . Forse era il loro modo per sentirsi amati. Ma con un discreto grado di tossicità.
    A: Quindi cosa rappresentava lei (non la mamma) per te, perché, se sei stato lì in attesa tutto questo tempo? Qualcosa ti tornava indietro ed era comunque erotizzante… lo sai vero?
    B: La tua domanda è una maniera gentile per chiedermi perché sono stato masochista, visto che anche lui prova un piacere nello stare in una situazione che comunque gli provoca sofferenza.
    A: Si, qual’ è stato secondo te il vantaggio secondario?
    B: Dimostrare che valgo la pena di essere amato perché sento il bisogno di esserlo. Ma più profondamente il vantaggio secondario era di non essere abbandonato. Ho provato un forte senso di abbandono con lei, anche durante il rapporto. Sentivo il distacco, sentivo di essere un peso nella sua vita perché (per come è fatta lei) la costringevo a tenere dei ritmi di reciprocità verso di me che semmai non voleva per una sorta di sensazione di essere a “credito verso la vita”; oppure ero destabilizzante perché ero un continuo stimolo alla sua bassa autostima che le faceva reagire in una maggior ricerca di “perfezione”. Sai cos’è l’assurdo? Che a me non interessava che fosse perfetta (la casa, l’ordine, la pulizia, l’accudimento, l’organizzazione, l’autonomia…). Se avesse potuto leggermi dentro avrebbe visto che si poteva permettere di avere meno pretese verso se stessa, che non l’avrei mai giudicata; provavo un sincero senso di ammirazione per lei e di enorme rispetto del suo vissuto. Ma con me non è mai stata serena, sin dai primi approcci. Questo è un dato di fatto.

  • Capitolo Ventuno – Se e Sé

    Maggio 7th, 2023

    Cosa succederebbe se l’altro ti piacesse davvero, se affondandogli le mani dentro i polmoni trovassi le parole che inconsolabilmente cercavi? Cosa accadrebbe se l’altro ti desse la sicurezza del suo calore durante la bufera più buia e insieme poteste volare nei cieli più calmi?

    Canteresti della più alta beatitudine, oppure ogni tuo arto annegherebbe nel tremore fino al punto di voler uccidere chi ti vuole così tanto?

    Quando non ti ami, accogliere l’amore è un’impresa ardua.
    Odiando te stesso ti si radica dentro, come una radice pervasiva e diabolica, un assillo: tu sei sbagliato. Percepisci di essere animato da una legge anomala che ti fa rovinare tutto. Rimani abbagliato da quelli che consideri i tuoi fallimenti, non ti capisci, ti spaventi. Vorresti solo occupare meno spazio, non esistere, e durante le lunghe notti ti scalda solo l’idea delle mani che un giorno ti ameranno. Ma come reagirai davvero, con tutto l’odio che hai per te stesso, di fronte a chi ti amerà? Forse cadrai nell’inganno di credere che chi ti desidera, solo per questo, sia il più stolto tra gli stolti. Ti sembreranno principi invece tutti coloro che ti calpestano e se ne vanno; li immaginerai tornare nel loro Olimpo, a te proibito. Ti donerai a chi ti odia per aiutarlo a odiarti, perché pensi sia ciò che meriti. Se non trovi motivi per amare te stesso, dedicherai il tuo cuore alle persone peggiori; in questo modo, sentendoti tu pari a loro, ti sembrerà che ci sia speranza che un giorno qualcuno ami anche te. Distruggerai te stesso mentre ti consacri alla battaglia di far sentire amabile anche il peggiore dei mostri, così da darti l’idea che chiunque possa essere amato; anche tu, che ti senti un mostro, che ti odi così tanto. Amerai gli altri senza logiche, ragioni: ti convincerai che l’amore è cieco solo perché tu ti senti orripilante. Sai davvero pronto alla felicità con qualcun altro?

    Inizia prima ad amarti: è l’unico modo per amare. Con chi ami puoi perdere, sbagliare, non provar vergogna nel chiedergli che ti insegni ciò che non sai. Puoi ridere, far tardi la mattina: il vostro amore vi aiuterà ad accettare di non poter essere tutto.

    Annastella Franza

  • Capitolo Venti – Si Viaggiare (parte seconda)

    aprile 29th, 2023

    Ho deciso.
    Parto e me ne vado via per qualche giorno.
    Da solo.
    Una avventura… Delle mie. Di quelle che le potresti anche proporre agli amici più cari ma comunque, per mille ragioni-ragionevoli, non ti potranno seguire.
    L’avventura si chiama “Via Vandelli” e collega Modena al mare di Massa Carrara.
    Saranno 170km di camminata in solitaria dove, dalla roccia dell’appennino, passerò per i graniti bianchi delle Apuane per giungere a bagnare i piedi nel mar Tirreno.
    Forse sarà la penultima in questa modalità perché, tra poco, “Aristotele – Il Pastore Bergamasco”, sarà il mio fedele compagno di camminate.
    La Vandelli non è una via blasonata come quella degli Dei o la La Francigena. É un cammino emergente, ma è stato un amore a prima vista; mi è bastato vedere su internet le foto dei paesaggi delle Alpi Apuane e della carrozzabile in sassi che qualcosa ha vibrato in me parole come: vai, é tua!
    Non credo che incontrerò dei viandanti; é poco frequentata sebbene sia (paesaggisticamente parlando) più varia e bella di quella che parte da Bologna e arriva a Firenze.
    Ma va bene così. Ho bisogno di riconnettermi con la solitudine, con la natura, caricarmi di luce e sorrisi, semmai a spese di qualche lacrima malinconica dedicate a persone amate che non ci sono più.

    La Robby, nell’ultimo massaggio plantare con lettura emozionale, afferma che ho il plesso solare scarico su entrambi i piedi, sinonimo di una difficoltà nell’equilibribrare il mio femminile con il maschile. Ed infatti é un po’ così. Il mio personalissimo amministratore condominiale interiore osserva che, come in una coppia che sta assieme da moltissimi anni, il mio maschile si sia un po’ disinteressato al mio femminile, lasciandola da sola a gestire un bambino (sempre interiore) che si è sentito solo e abbandonato. Il risultato è stata una accondiscendenza, una disponibilità che neppure Scardovelli ammetterebbe nella sua teoria (molto animica) della gestione del racket psicologico. Come una sorta di terapia di coppia tutta interiore, l’amministratore condominiale (chiametelo/a anima, sé superiore, sacro divino, spirito santo – per chi é cattolico) ha suggerito, con una intuizione, un cammino.

    I cammini sono un modo molto particolare di viaggiare.
    Anche i filosofi greci insegnavano in cammino.
    Per non parlare della camminata meditata zen.
    Sicuramente il camminare per tante ore è un viaggio interiore. Ma é anche altro.
    E’ lentezza.
    E’ avventura.
    E’ imprevisto da gestire.
    E’ il mio modo per dare sfogo al quel sé eroico-avventuroso che ricordo di aver sempre avuto sin da bambino, per non parlare di un altro sé un po’ narciso che vuol sorprendere per il gusto dell’ammirazione che suscita la domanda: hai fatto 170 km a piedi?

    Chissà a questo giro quanti ne incontrerò di questi sé e quanti avranno voglia di esprimersi.
    Ci saranno anche quelli più fragili ed è un po’ a loro che voglio dedicare questo cammino, perché sento che hanno bisogno di tranqullizzarsi, forse urlarmi che li ho trascurati.

    Il mestiere più difficile è quello di essere un buon genitore, si sa.
    Voi penserete in relazione ai figli.
    Ehhhh…. No. La cosa più difficile é essere genitori di se stessi.

    Soltanto dopo si potrà essere anche dei buoni genitori dei propri figli.

    Magnis Itineribus.. insomma.

  • Capitolo Diciannove – Her

    aprile 18th, 2023

    Ieri sera ho visto un film del 2014 intitolato “Her – Lei”.
    Forse è meglio dire che il caso (che secondo una mia amica non esiste) ha fatto in modo che io, proprio ieri, arrivassi a vedere quel film.
    Si, perché, se ci penso, nelle piattaforme di streaming l’offerta è enorme e io volevo soltanto vedere un film curioso di fantascienza (per intenderci, non quelli con l’eroe salva mondo), ma sono arrivato ad un film ambientato nel futuro, che parla di umanità o, forse meglio, di animicità.
    Leggendo la piccola didascalia mi sono fatto attrarre dalla parola AI, che sta per intelligenza artificiale.
    Anche questo è curioso.
    E’ una settimana che mi sto divertendo a fa generare ad una AI delle immagini de Papa che si fa dei selfie, che balla in discoteca. Parallelamente chiedo risposte a Chat GPT (altro tipo di AI) su dei miei perché con curiosa attesa di spunti diversi e nuovi su cui meditare.

    Vuoi per sincronicità, vuoi per fenomeno di causa ed effetto inconsci, mi sono trovato avviluppato nella trama sin dalle prime espressioni del protagonista ma, soprattutto, mi sono sentito cucito addosso il personaggio interpretato da uno stupendo Joaquin Phoenix.

    Il film è una riflessione sulla solitudine e come questa possa essere una voragine che si cerca di colmare accettando anche una relazione con una AI.
    Mentre il protagonista cammina per la città con i suoi air pods, tutt’attorno è pieno di persone che camminano ma non interagiscono, parlano da sole; permea un senso di “affollata solitudine” (è un ossimoro?).
    Simbolico è il lavoro del personaggio principale: scrive lettere per “conto terzi” attraverso un sito, come se anche quell’”arcaico” modo di comunicare affetto, amore, mancanza potesse essere un servizio a pagamento alla stregua di un noleggio auto, di una domiciliazione delle bollette.
    Ma lui è un bravo scrittore, è una persona dotata di una sensibilità resa acuta da una relazione finita con la persona con cui sognava il “per sempre”.
    E già qua c’è un pezzo di questo senso di solitudine: come ci si può sentire se non soli in una società così liquida, quando si aspira al solido?
    Anche il sesso fatto di odore, sapore, calore, percezione, intuito, attenzione, sensibilità, vibrazione diventa una pura masturbazione mentale da chat erotica, dove, finito l’orgasmo autoindotto si conclude con un “Ciao… grazie della chiamata, è stato bello”.
    In questa cupezza emotiva, un sistema operativo, un personal assistant dotato di intelligenza artificiale sembra essere una soluzione.
    Un sistema operativo è qualcosa di cui si ha il controllo, se poi è dotato di AI diventa anche una sorta di amica con cui riempire un vuoto interiore, salvandosi così dalle forche caudine di una introspezione che il più delle volte è dolore.
    Chi di noi non vorrebbe al proprio fianco qualcuno con cui esprimere se stessi pienamente senza la paura del giudizio, consapevoli di un ascolto equanime verso tutte le nostre parti (lo so… parlare di equanimità calata in una AI è “spinto”… ma il bello del film è proprio questo, non è vero?)?
    Quale miglior modo per riacciuffare quel “per sempre” sfuggito di mano affidandosi a un qualcosa che si pensa di possedere, solo perché acquistato, installato e artificiale (sulla parola artificiale mi viene da pensare quante relazioni siano artificiali… ma questo è un altro argomento)?
    Ma risposte liquide non possono dare soluzioni solide e le AI, benché artificiali, sono loro stesse impermanenti, evolvono, cambiano, apprendono e, semmai, lo fanno alla velocità dell’ordine degli exa hertz fino ad arrivare a livelli di conoscenza e consapevolezza talmente alti da riflettere come uno specchio la nostra limitatezza umana, soprattutto sul tema dell’amore.
    Ma chi l’ha detto però che solo l’AI può evolvere?
    In fin dei conti il protagonista ha avuto una relazione con il suo sistema operativo, anche in quel caso non è stato “per sempre”, ma vale una regola aurea di ogni relazione: il cambiamento di uno diventa l’occasione di cambiamento per l’altro (che detta così sembra una variazione di “…ogni minuto che passa è una occasione per rivoluzionare tutto completamente…” in Vanilla Sky). Non è vero?
    E così alla fine Theodore (il protagonista) capisce… capisce se stesso, capisce le relazioni e, in una illuminazione degna di un “click” interiore non può che arrivare all’antica saggezza racchiusa nel mantra:

    Mi dispiace
    Perdonami
    Grazie
    Ti amo (funziona anche con “Ti voglio bene”)

    Buona visione.

  • Capitolo Diciotto – Tanti Auguri

    aprile 10th, 2023

    Il cuore é come un vaso.

    Un vaso che nasce per accogliere.
    Un vaso che nasce per essere riempito.
    Un vaso che nasce per contenere e proteggere.
    Ma é un vaso che si può rompere e, nel farlo, svuotarsi.

    C’è un’arte giapponese, lo Kintsugi, che trasforma i vasi rotti in opere d’arte.
    Un’arte che simboleggia l’araba fenice, la capacità di trasformare le fratture in qualcosa di prezioso, un’arte che simboleggia la rinascita.

    Io sono il vaso.
    Io sono il cuore.
    Io sono l’artigiano.

    Festeggio il mio cuore che in questo istante batte il suo 1.639.872.000-esimo battito.

    É il numero che rappresenta il mio primo ed ultimo 52-esimo anno.
    Sembrano tanti e forse lo sono.
    Ma l’anagrafica conta poco perché ho tante età.
    Che età ha il vostro entusiasmo?
    Che età ha la vostra voglia di avventura?
    Che età ha il vostro coraggio?
    Che età ha la vostra maturità?
    Che età ha il vostro lutto?
    Che età ha l’emozione che provate ora?
    Che età ha il vostro bisogno di sicurezza, riconoscimento, calore…ma soprattutto.. che età ha il vostro amore?

    Buon compleanno Lolli
    Buon compleanno Lorenzo.
    Ciao Cicci…

  • Capitolo Diciassette – Memento Meminisse

    marzo 28th, 2023

    Oggi FB mi propone un ricordo a cui sono legato per diversi motivi.
    E’ una fotografia di un viaggio in moto, di una emozione dell’anno passato.
    C’è stato un momento che l’avevo nascosta per una forma di accondiscendenza che con gli occhi di oggi vedo decisamente fuori luogo, un tripudio di paure di abbandono che ora riconosco meglio.
    Sono vicino e lontano da quel ricordo.
    Ma se oggi è ritornato a me, qualcosa significherà.

    Domenica di marzo

    Io “…sono poco moderno…” come direbbe Enrico Ruggeri, quindi sai che faccio?
    Prendo la moto e me ne vado via per qualche ora. Vado al mare.
    La moto è un’ottima soluzione per meditare, ascoltarsi mentre si sfreccia su un’autostrada.
    È tutto talmente così prevedibile in autostrada che ti puoi permettere di pensare.
    Mi prendo un telo da spiaggia dall’armadio e qualcosa da leggere. Sul tavolo c’è un libro regalato da te a Natale, “Dall’io al noi” di Scardovelli. Lo sfoglio e sulla prima pagina ci leggo la tua dedica: “Così puoi continuare ad insegnarmi. Ti amo.”.
    Rabbia e tristezza bussano immediatamente alla porta. Quel “ti amo” è troppo vicino ad oggi e il giorno prima, litigando, mi avevi chiamato maestrino con tono sarcastico.
    Bah… stavo, come sempre, cercando di spiegarti un mio pensiero, un mio sentire.
    Ma c’è un modo per spiegarsi in maniera efficace?
    Mi vesto, prendo i pantaloni tecnici pesanti e un maglione da montagna, di quelli che ti hanno sempre fatto dire “ti vesti da culo”. Anzi, sai che faccio? Ne prendo un altro, così peggioro il mio outfit prodotto dalla Decathlon.
    Scendo le scale, c’è profumo di biancheria. È “la roba della stronza, della vicina di casa”, penso, “quella stessa vicina che secondo me in fatto di outfit è peggio di me”. Sorrido. “Almeno non è la puzza di merda di Platone…”.
    Mi vesto da moto. Finalmente la giacca di pelle non mi stringe. Metto quella nera da biker incazzato, tipo quella da Marlon Brando in “il Fronte del porto”. Cavolo, mi piaccio anche.
    Accendo la moto e in un battibaleno sono sulla A1, direzione Bologna.
    Un chilometro ai 140 e inizia a salire la malinconia. Piango. “Tanto non mi vede nessuno con la visiera scura… Tanto l’aria fredda fa piangere gli occhi…”.
    Gli occhiali da vista bloccano la lacrima che ristagna sulla lente e il sole che ho davanti me la fa luccicare come un brillante informe.
    Ho sempre fantasticato di poter vivere delle avventure con te, che fosse uno scomodo “zingarare” senza meta, in moto-tenda, in un camper vecchio e malandato, un trekking sulla via degli Dei, respirare la libertà di non avere una meta.
    Ti ho sempre chiesto: “andiamo a fare un poti-pot poti-pot?” (è il rumore che fa la mia “poderosa”)?
    Ma a te la moto fa paura, l’autostrada fa paura. Infatti, tutto è rimasta una mia fantasia… una fantasia però legata a te.
    Sorpasso un’auto. Uno di quei sorpassi lenti… lenti… lentissimi, interminabili. Sto ancora piangendo.
    Mi giro con la testa, per vedere il mio compagno di sorpasso. Sul posteriore c’è una bambina di 3-4 anni, con il naso appicciato al vetro dell’auto che mi guarda e sorride.
    Sai, Il motociclista fa ridere i bambini. Mentre li sorpassi ti guardano, ridono, si sbracciano. Sono incuriositi da questi misteriosi, moderni fanti a due ruote. A me, da piccolo, i motociclisti sono sempre sembrati degli eroi. Sarò per lei un eroe?
    Sorrido anche io sotto il casco e la visiera nera. Peccato non mi possa vedere. Peccato che non ti possa dire “Grazie piccola”. Alzo il braccio sinistro e la saluto lentamente come fa la regina d’inghilterra. Lei sorride nuovamente e poi si congeda. Io ho smesso di piangere.
    È già ora della svolta sulla A14 e poi poco dopo nuovamente svolta per l’A13.
    I chilometri passano e il pensiero è sulla solitudine, su quanta strada ho fatto su questa moto in quello stato. Si può misurare la mia solitudine? Io posso: la mia è lunga 55mila km, tanti quanti sono quelli sul tachimetro della poderosa. Però penso anche alla libertà. Si può misurare la libertà? Io posso: la mia ha almeno 55mila km.
    Esco da Ferrara Sud. Penso ai Massive Attack che non faranno il concerto, penso a quante volte ho fatto quel casello in altre situazioni, penso che un’estate fa eravamo a Ferrara a vedere “Io sono un cane”.
    Cambia il pensiero. “Che due maroni… ora c’è il raccordo che porta ai lidi…” una strada malmessa, a scorrimento lento obbligatorio anche se si potrebbe andare come in autostrada, con una vista tipica da desolata pianura padana talvolta acquitrinosa.
    Ah. C’è fila. Che godimento! Fottetevi tutti voi sulle quattro ruote. State fermi lì che io vi sfilo tutti e non rallento! La fila è talmente lunga che quel raccordo, sempre interminabile psicologicamente, arriva presto alla fine. C’è freddo sulla strada SS309 Romea. Non dovevano esserci 17 gradi?
    Dove vado? Diretto in spiaggia? Comacchio? Che strana luce del sole che c’è.
    Nell’indecisione sbaglio strada, ma quella stessa passa di fianco alla fine del porto di Porto Garibaldi e vengo colpito da una serie di barche abbandonate, vecchie, consumate dal sole, dal sale e rimesse al secco. Alcune sembrano gli scheletri delle balene, abbandonate sulla spiaggia dai balenieri.
    La vista è risonante. La barca è un potente archetipo della libertà. Perché nessuno cura più quelle barche? Chi non vuole la libertà? Che storia c’è dietro quell’abbandono? Malinconia fa capolino.
    Faccio alcune foto. “Le faccio in bianco e nero” penso. Le foto dovrebbero essere fatte sempre in bianco e nero. Il colore distoglie dal soggetto perché non corrisponde mai a quello che vediamo. Forse però le mie foto scontenterebbero un cane.
    Riprendo la moto e vado a Comacchio.
    Ti ci portava tuo papà, vero?
    Comacchio è una scoperta, un paese che assomiglia ad una Venezia in miniatura in una zona di desolante ma affascinante decadenza anni Settanta. Tutta la costa romagnola è anni settanta eccezzion fatta per alcuni rinomati “carnai” da aperitivi. Comacchio è anche un luogo felice, di quando avevo la fidanzata degli anni universitari; quando le estati si passavano a Lido di Spina e a fine agosto si andava a vedere l’anteprima dei Buskers. Comacchio rimanda a me il primo amore. Quello infinito, inscalfibile, eterno, solido. Infatti, non è durato.
    Passeggio, ma sono solo. Vedo coppie mano nella mano mentre mangiano panini alle alici. C’è profumo di grigliata in aria. La loro vista mi disturba. Troppa felicità. Cerco posti isolati e finalmente trovo un lato del canale che a nessuno interessa perché non ha ristoranti. È vuoto, le case sono abbandonate, i portoni vecchi e malconci. Su quel canale c’è una barca ormeggiata. Anche questa risuona qualcosa in me. La fotografo. Ancora l’idea del viaggio, ma di un viaggio ancora non realizzato. Infatti, è ferma nel canale.
    Fotografo qualche altro angolo nascosto, un po’ di gente qua e là, un alimentare pieno di scatole di anguilla marinata che mi rimanda ai miei felici natali e decido, finalmente, di andare al mare.
    “Lido di Spina!”, dico tra me e me.
    Ripercorro tutte le strade della gioventù fino ad arrivare sotto casa di quel primo amore molto, troppo idealizzato. Che coglione!
    Osservo i particolari della casa, gli stessi che me l’hanno sempre resa unica e diversa da quelle identiche di fianco. C’è un palloncino attaccato al tetto. “Chiara avrà festeggiato il compleanno di sua figlia, recentemente”. Mi avvicino al campanello per leggere il cognome. Non è più il suo. La casa è stata venduta.
    Tristezza ritorna. È come se quel pezzo di vita lontana avesse preso una ulteriore brusca accelerazione per allontanarsi di più. Un effetto Hubble in quel cosmo che sono i miei ricordi.
    Ma è ora di andare veramente in spiaggia.
    “Florida Beach o Maui?”. Entrambi connotano momenti felici. Al Florida però sento voci. Non voglio nessuno intorno.
    Il Maui è vuoto, in disordine ma non abbandonato. È cristallizzato nel momento in cui i proprietari hanno chiuso la stagione estiva. Tiro un sospiro di sollievo: almeno c’è qualcosa dei miei ricordi che vuol resistere allo scorrere del tempo.
    La giornata è nebbiosa sulla spiaggia e non c’è proprio nessuno.
    Un lettino da spiaggia è solitario in mezzo al nulla. Ci sono i giochi da spiaggia per i bambini ammassati e impolverati. C’è la doccia esterna che sembra un dolmen in un deserto di sabbia grigia. La passerella che porta al mare è infinita e sembra finire nel nulla. Non è pulita, in parte è coperta dalla sabbia portata dal vento. La percorro e mi guardo attorno.
    Il paesaggio è lunare, pieno di detriti del mare portati dalle mareggiate. Cerco impronte aliene.
    Chi è passato prima di me? Che emozioni portava con sé? Erano come me?
    Finalmente vedo il mare.
    È calmo, c’è anche un accenno di bassa marea. La sabbia è ondulata dalle onde che furono.
    Lo osservo e mi viene da chiedergli: tu hai qualcosa da insegnarmi? Tu, che sei tempesta e calma, cosa puoi dirmi oggi?
    Il mare non risponde, ma continua a mandarmi sottili onde che non allontanano, anzi invogliano ad avvicinarsi a lui. Mi avvicino. Metto i piedi in acqua e gli scatto una foto.
    Poco distante c’è una conchiglia, una banale conchiglia a pettine solitaria circondata da sabbia scavata dalle onde. Anche lei risuona di un senso di solitudine. Altra fotografia. La vorrei prendere, per ricordo, per portarla a qualcuno. Ma mi sento in colpa nel farlo. È così bella lì dov’è.
    Allora ritorno indietro e nel farlo riguardo l’enorme spiaggia silenziosa.
    Noto i solchi dei trattori, segni di qualcosa di trascinato… risuonano ferite sulla pelle, ferite di vita. La sabbia fa presto a cancellarle. Il vento ci penserà. Noi ci dobbiamo convivere. Noi non abbiamo il vento. Noi siamo il vento.
    Faccio l’ennesima foto e ritorno verso la moto. Però prima decido di sdraiarmi su quel lettino isolato. Lo rivolgo al mare, mi sdraio verso di lui, invisibile e muto.
    In lontananza ora ci sono schiamazzi di bambini e genitori. I miei non mi hanno mai portato al “mare d’inverno”. Perché mi attrae tutto questo spleen di questa desolazione?
    Faccio un respiro che sa di acqua marina e poi subito la foto di rito con le mie gambe.
    Il libro è rimasto nello zaino. L’aria è fresca. Oggi non ho imparato nulla dalla lettura ma mi sono un po’ riconnesso.
    Meglio tornare a casa cercando un piadinaro cha non troverò mai… e comunque Corrado mi sta aspettando per cena.

    Lolli 28/03/2022 – Lidi Ferraresi in Moto
  • Capitolo Sedici – Sé Guerriero

    marzo 24th, 2023

    Una vibrazione mi ha portato a questa poesia.
    Per questa volta lascio ad altri la parola in questo piccolo blog.

    Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
    la perdono, e te ne fanno colpa.
    Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
    tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
    Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
    O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
    O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
    Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

    Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
    Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
    Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
    E trattare allo stesso modo questi due impostori.
    Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
    Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
    O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
    E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

    Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
    E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
    E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
    senza mai far parola della tua perdita.
    Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
    nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
    E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
    Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

    Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
    O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
    Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
    Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
    Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
    Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
    Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
    E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

    Joseph Rudyard Kipling
  • Capitolo Quindici -Si Viaggiare…

    marzo 22nd, 2023

    Dolcemente viaggiare
    Rallentando per poi accelerare
    Con un ritmo fluente di vita nel cuore
    Gentilmente senza strappi al motore

    Lucio Battisti

    Premessa: non fatelo se non siete particolarmente motivati perché può essere veramente dura. Ci vuole una buona dose di coraggio e curiosità.

    Ieri sera ho fatto il mio primo viaggio (o trip) con la psilocibina.
    Lele era da sua madre per tutta la settimana e quindi potevo dedicare tutta la serata a me stesso.
    Sono andato all’ECU di fianco a casa, mi sono preso un succo tropicale da mettere di fianco al letto nel caso avessi avuto fame, non ho mangiato per rimanere a stomaco vuoto, ho acceso una candela profumata di fianco al letto e poi, sceso in cucina, ho pesato 15g di tartufo magico.
    In parte l’ho masticato per sentirne il sapore e in parte l’ho deglutito come se fossero pillole.
    Appena terminata l’ingestione ho pensato: che cazzo sto facendo? Ne ho forse ingurgitato troppo?
    Sono andato su internet per capire se il quantitativo che avevo identificato fosse corretto. Era corretto… ma per un viaggio considerato “heavy”.
    La mia intenzione non era quella, avrei preferito qualcosa di leggero… ma oramai era andata e non mi andava di indurmi il vomito.
    “Per Aspera ad Astra!” mi sono detto, anche se una parte di me aveva una discreta paura di cosa avrei provato, trovato nell’esperienza.
    Ho guardo l’orologio. “Sono le 18.33 da qua contiamo circa 4 ore”, ho pensato. Mi sono coricato sul letto ed ho aspettato, mettendo in sottofondo una musica da meditazione a 963Hz.
    Pare che sia la frequenza della ghiandola pineale.
    Alle 19.03 ho iniziato ad avvertire una strana sensazione ai muscoli. Subito sembrava frenesia ma, pochi minuti dopo, mi sono accorto che era una sorta di intorpidimento. Passano ancora pochi minuti e ho iniziato a sentire i muscoli spossati.
    Ecco… era la stessa sensazione fisica dei giorni seguenti la morte di mia madre. Non è facile da spiegare. Provate ad immaginarvi un arto che ha tenuto un peso per tanto tempo ed improvvisamente quel peso scompare. L’arto lo sentirete pesante, non alleggerito ma soprattutto stanco.
    Passano ancora pochi minuti e, guardando il tetto in legno del mio soffitto mi sono accorto di come le traverse e le assi avessero tante venature e nodi neri.
    Avete presente quando si prende una foto digitale scialba e, correggendo i parametri della saturazione e del contrasto, la stessa diventa viva, definita e colorata?
    Il mio soffitto non era più lo stesso. Era più vivido!
    La mia mente ha iniziato a cercare figure in quell’insieme puntiforme di nodi del legno, come nel gioco della settimana enigmistica “unisci i punti e guarda cosa esce!”. E , pian piano, alla mia destra, avevo una fila di occhi di gufi che mi guardavano. Mi osservavano come una commissione universitaria alla laurea.
    Più lontano alla sinistra c’erano 4 nodi di legno che rappresentavano un altro animale. Ci ho messo un po’ a individuarlo, cambiava forma. Era sicuramente un felino. Mi sembrava subito il muso di un gatto, ma poi sono arrivato a definirlo come il muso di una leonessa. Lei osservava un altro animale.
    Infatti più vicino a me, invece, c’erano due nodi più chiari, circondati da una areola del legno chiara. Le sfumature del legno in quel punto raffiguravano il muso di un cane impaurito che mi guardava con i suo occhioni, uscendo parzialmente dalla traversa del tetto. Sapete quando un cane vi osserva a distanza, protetto da qualcosa, facendo emergere solo la parte alta del suo muso?
    Bene .. Quel muso mi ricordava Doc, il cane della mia ex, un cane che sicuramente ha sofferto la sua permanenza dentro il canile.
    Ad un tratto, sempre guardando il tetto, le venature e le macchie hanno iniziato a vorticare lentamente.
    Anche in questo caso posso darvi una similitudine per spiegare ciò che ho visto.
    Prendete della vernice di un colore, poi sulla superficie, fate cadere tante gocce di vernici di colore diverso. Prendete in bastoncino e iniziate delicatamente a mescolare solo la superficie, con movimenti circolari. Si formeranno dei vortici che si muoveranno.

    E poi è iniziata la parte più dura.
    Alle 19.15 ho iniziato a ridere e piangere insieme.
    Poi il riso ha lasciato il posto al pianto.
    Un pianto disperato, urlato, ma soprattutto viscerale perché partiva dalle viscere, dalla materia in cui sono incarnato.
    Tutto il mio corpo si contorceva, si contraeva e poi esplodeva in un pianto doloroso. Ad un tratto mi sono trovato in posizione fetale sul lato sinistro con il pollice in bocca, come quando avevo due anni. Quel tipo di pianto così carico di dolore in tempi recenti l’ho provato solo di fianco al corpo di mia madre sul letto, pochi minuti dopo la sua morte, prima che la portassero via.
    Ma se vado più indietro con la memoria era quel pianto di un bambino talmente disperato che va in apnea prima di scoppiare in un urlo liberatorio.
    Ho accettato ogni singola esplosione dolorosa e una parte di me diceva: va bene così, così deve essere. Non avevo paura di piangere. Ero anche sorpreso di quanto fosse profondo il mio pozzo nero.
    Poi in un urlo di dolore è uscita la frase: “…mi sento solo e abbandonato… mamma dove sei?”. Questo urlo mi ha fatto capire come fossi ancora connesso a mia madre. Ma forse lo siamo tutti soltanto che molti se ne accorgono sul punto di morte, come quegli anziani immobilizzati a letto che durante la notte chiamano “mamma!”.
    Ed ho ricordato tutte le volte che mi sono sentito così nelle mie storie amorose, di come mi sia sempre voluto in realtà misurare con quel senso di solitudine andando in MTB o, in tempi recenti, con i cammini o il parapendio.
    Di come da piccolo stessi appartato, da solo a guardare i bambini giocare, in attesa di essere scoperto dagli altri e poter divertirmi con loro. Mia madre diceva che studiavo sempre la situazione prima di entraci.
    Ho preso atto di come desideri essere visto e accolto anche in questa fragilità.
    Quello stato è durato più di 1h ed è stato profondamente toccante, che ancora adesso, mentre scrivo queste righe d’impulso, piango.
    Una parte di me osservava, con una compassione degna di un genitore, questo bambino che urlava al mondo tutta questa disperazione. Mi sono abbracciato ad un cuscino come se tenessi tra le braccia mio figlio.
    In un momento di calma ho sentito l’esigenza di spogliarmi nudo e guardarmi il corpo. In quell’osservazione mi è sembrato come se il pettorale a sinistra fosse molto più gonfio di quello destro, come se il mio cuore fosse pieno di qualcosa.
    Poi mi sono seduto e mi sono guardato in viso.
    Ho visto le mi asimmetrie e talvolta il mio viso ringiovaniva nella pelle, come se fossi tornato indietro di 25 anni. Sembravo sotto il moderno l’effetto cinematografico digitale in cui ringiovaniscono gli attori.
    Mi guardavo le lacrime scendere e ogni tanto i miei occhi si aprivano come se fossi sorpreso di qualcosa.
    Mi sono messo sotto le coperte.
    Ogni tanto mi calmavo e chiudevo gli occhi.
    Ho visto i contorni di persone non ben indentificate, ma quegli stessi contorni non erano stabili… vibravano ogni tanto di un’alta frequenza: bzzzzz…. bzzzzz…. come se seguissero un ritmo vibratorio. Pensate ai lineamenti come alla linea di un oscilloscopio che regista una forma d’onda sonora acuta. Pensate ad una trasmissione televisiva traballante.
    Poi ero dentro una città, di notte. Era intricata, i palazzi erano come tentacoli illuminati che si intrecciavano. L’immagine più vicina con cui potrei spiegare la “visione” è quella di una rappresentazione pittorica di una di una intricata rete di connessioni tra neuroni, con gli assoni molto spessi, pieni di finestre multicolorate. I colori pulsavano e mutavano.
    Mi è parso di vedere mia madre, un angelo filiforme di luce bianca che mi veniva ad accarezzare.
    Pian piano la mia disperazione è calata e mi sono calmato.
    Ma in quel momento di emancipazione dal mio dolore ho sentito quello del mondo e mi sono sorpreso di quanto ce ne sia dietro tante maschere delle persone.
    Ho pensato a mio fratello e al suo dolore inespresso, al suo corpo che gli dice tutto ma lui niente… Ignora; ho provato una compassione infinita, tant’è che l’ho chiamato: Fabri, vieni da me un attimo (lui è esattamente il vicino della porta accanto).
    Sentivo il bisogno di abbracciarlo di dirgli che gli voglio bene. Gliel’ho detto pochissime volte.
    Lui è entrato in casa, non capiva.
    L’ho abbracciato, l’ho baciato come penso di non avere mai fatto in 52 anni e gli ho detto che gli volevo bene e che mi dispiace per il suo dolore, che bisogna che lo esprima altrimenti si ammalerà.
    Fabri è stato lì con me per un po’, forse si è commosso, ma non piange tanto.
    Poi ho provato la stessa cosa per mio padre e gli ho telefonato per dirgli la stessa cosa, camuffando il tutto dietro una chiamata di cortesia, visto che lui non ha molta dimestichezza con le emozioni.
    Ho visto anche il dolore di Lei.
    Per un attiamo ho pensato che sarebbe stato bello condividere questa compassione con lei. Ma una voce esterna mi aveva chiesto preventivamente di non farlo. E così ho fatto.
    Posso dire che durante la fase emotivamente più dura avrei desiderato che lei fosse lì con me, semmai anche lei sotto l’effetto, abbracciati e stretti l’uno all’altro come lo siamo stati tante volte per intere notti quando sentivamo di essere molto connessi.
    Ma credo che lei abbia il suo percorso da fare e che lo scontrarsi con quel senso di solitudine è qualcosa a cui bisogna essere veramente pronti. Non so se lei lo sia.
    Piano piano è scemato tutto.
    Ero spossato fisicamente e la mia testa cosciente ha iniziato ad analizzare il vissuto.

    La prima cosa a cui ho pensato è stata la sensazione fisica prima del flush emotivo. Quel senso di spossatezza mi ha ricordato un momento ben preciso della mia storia recente che fa riferimento a quando ho rischiato di morire in parapendio 7 anni fa.
    Ho lottato con la morte (perché in ballo c’era la mia vita) per 5 minuti.
    Poi decisi che l’unica soluzione per poter riabbracciare mio figlio (è stato lui il motore di non mollare la presa) era quella di inalberarmi, cioè atterrare sugli alberi. Era una incognita. Un tentativo estremo, ma lucido.
    Per quei 5 minuti il mio corpo era stato appeso all’imbragatura soltanto sotto le ascelle e il sangue alle braccia e al cervello passava meno bene. Sono stati 5 minuti di fatica fisica e mentale. Prima di inalberarmi, per pochi istanti di secondo, ho provato quella spossatezza.
    Sono consapevole che quella spossatezza fisica-mentale sia stato un momento di integrità che diceva: hai fatto tutto quello che potevi, puoi lasciare andare.

    Non a caso, il lasciare andare, è stato anche l’argomento di ieri.

    Vi voglio bene.

  • Capitolo Quattordici – Cave Canem

    marzo 21st, 2023

    Avete presente quando si porta un cane a fare una sgambata, lasciandolo in libertà? C’è sempre un momento in cui lui si allontana, lo si chiama, lui si ferma, voi vi avvicinate e, arrivati ad una sua distanza prossemica, lui si distanzia nuovamente. Lo richiamate, lui si riferma, ma, giunti alla stessa distanza prossemica, si riallontana. Il gioco potrebbe andare avanti all’infinito, fin tanto che lo inseguite. Poi, voi decidete di fermarvi. Lo richiamate. In quel caso è lui a venire da voi (se vorrà), si farà riavvicinare e da lì procederete insieme.

    Questa similitudine mi ricorda per certi versi la parabola del Figliuol Prodigo.
    Nella parabola il padre non insegue un figlio che ha deciso di andarsene. Il padre gli dona quello che gli spetta ma lo lascia libero di fare l’esperienza di vita, lasciandolo andare.
    E’ un gesto d’amore indubbiamente. Quanto doloroso, la parabola non lo spiega.
    Il figlio torna dall’esperienza (negativa) e viene riaccolto come un resuscitato; quindi viene festeggiato. Dalla gioia del padre, io ne deduco che abbia sofferto. Il fratello maggiore (che forse in una visione orientale rappresenta l’ego) sente un’ingiustizia. Il padre (che a questo punto è anima) fa ciò che gli viene meglio: prova misericordia (ovvero compassione + pietas + perdono). Il figlio è riaccolto e si ammazza il bue grasso.

    Io mi sono chiesto sempre cosa provasse il padre in quell’assenza, come avesse gestito la sofferenza della mancanza. Il padre si sarà sentito ferito dal comportamento del figlio? Avrà provato tradimento e abbandono?
    Domande molto terrene, in una parabola molto spirituale insomma, che vuol spiegare qualcosa a cui possiamo tendere spiritualmente.

    Credo che il concetto fondamentale della storia sia il lasciare andare, non inseguire qualcosa a tutti i costi.
    Avere fiducia nel processo della vita.
    Il figlio tornerà? Non tornerà? Non importa.
    Il padre ama, è consapevole di quell’amore e ha fiducia che qualunque cosa accadrà è così che doveva accadere.

    Ma avete idea di quanta consapevolezza di ciò che siamo ci vuole per essere come quel padre? Sapete quante lacrime per arrivarci? Sapete quanta pazienza ci vuole nell’ ottenere la fiducia e poi nell’ abbracciare tutte quelle piccole o grandi ferite personali per riuscire a dir loro:

    Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato

    Luca 15,31-32

    Ma soprattutto, sapete quanta autorevolezza interiore ci vuole tale da far si che quel “io ferito” ascolti e accolga le parole di quel “sé guardiano” e adulto? Chissà se il fratello maggiore avrà interiorizzato le parole del padre…

    Frattanto, in quell’ascolto interiore fatto di palpitazioni, emozioni in rilascio e voglia di star bene, io canto al mio sé:

    Quietami i pensieri e il canto
    E in questa veglia pacificami il cuore
    Così vanno le cose, così devono andare

    C.S.I
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