Capitolo Ventitré – In verità

La paura è il grande ostacolo che blocca ogni sentimento. Non c’è amore dove c’è paura.
(Tiziano Terzani, “Un’idea di destino. Diari di una vita straordinaria”)

Sono tornato.
E’ passato quasi un anno dall’ultima riflessione e in tutto questo tempo nuove consapevolezze sono emerse, nuovi approcci all’interrogarsi (tarots, tema natale, chakra, etc, etc…) sono stati curiosamente avvicinati semplicemente per capire una intima complessità che giaceva in ombra. Qualcuno di più erudito di me l’ha chiamato “processo di individuazione”, ovvero il portare alla luce ciò che siamo attraverso la nostra naturale capacità di “esperire” l’esperienza.

In questo mio personalissimo percorso, la mia passata relazione karmica ha un ruolo determinante, amplificata anche dalla perdita di mia madre.
A distanza di mesi ha avuto il potere di illuminare parti di me che si muovevano dietro la mia maschera, le mie convinzioni e i miei condizionamenti.
Il fatto che certe intuizioni mi arrivino dopo tanto tempo (ma è poi veramente tanto questo tempo?) non credo che sia un segnale del non aver ancora “lasciato andare” quella relazione; non è un essere ancora impantanati.
Credo che sia invece un segno del naturale processo di rielaborazione della relazione, un uscire, delicatamente e lentamente (senza ansie compensative) dal non più proficuo loop del “io ho detto/fatto – tu hai fatto/detto” o della dita puntate verso le “colpe” dell’altro al solo fine di nasconderci per primi dall’assunzione delle nostre responsabilità.
E’ come essere l’arcano VIIII – L’Hermite che, nella propria solitudine, illumina con la lanterna il passato per trarne saggezza.

In tre anni di pesante relazione disfunzionale con la mia ex, mi sono visto troppe volte come vittima e mai come carnefice.
Ho già spiegato (forse in un post precedente) come sia del tutto inveritiera questa polarizzazione.
Colui che per noi è fonte di tossicità sarà a sua volta “vittima” di una forma di tossicità di cui noi siamo inconsapevolmente portatori.
Ogni disfunzionalità è quindi sempre biunivoca, ma non solo nella relazione io-te/te-io; lo è anche nel io/me-me/io.
In altre parole tutti siamo potenzialmente un “veleno” per l’altro e, contemporaneamente, siamo potenzialmente veleno per noi stessi; è altresì vero che non tutti siamo predisposti ad intossicarci.
E’ importante che capiate una cosa: le persone non sono tossiche in quanto tali (spesso si cade nella credenza opposta), è sempre la relazione che lo può diventare.
E’ come in chimica: se prendo della glicerina e la faccio gocciolare in una miscela di acido nitrico e acido solforico, ottengo la nitroglicerina, cioè un esplosivo altamente instabile.
Quello che ognuno di noi porta di irrisolto nella relazione può portare ad una relazione “tossica”.
Per il mio grado di consapevolezza, io ero destinato ad intossicarmi.
In psicologia mi hanno detto che ripetevo uno schema appreso per porvi rimedio… In spiritualese, che la mia anima voleva fare quel tipo di esperienza… In alchemichese, che dovevo conoscere la morte, per poter rinascere. Insomma… la strada verso quell’esperienza era tracciata.

In questo mio personalissimo percorso, la relazione karmica ha avuto un ruolo determinante, amplificata notevolmente anche dalla perdita di mia madre. A distanza di mesi ha avuto il potere di illuminare parti di me che si muovevano dietro la mia maschera, le mie convinzioni e i miei condizionamenti.
Il fatto che certe intuizioni mi arrivino dopo tanto tempo (ma è poi veramente tanto questo tempo?) non credo che sia un segnale del non aver ancora “lasciato andare” quella relazione; non è un essere ancora impantanati.
Credo che sia invece un segno del naturale processo di rielaborazione della relazione, un uscire, delicatamente e lentamente (senza ansie che portano spesso a scelte affrettare e compensative) dal non più proficuo loop del “io ho detto/fatto – tu hai fatto/detto” o della dita puntate verso le “colpe” dell’altro al solo fine di nasconderci per primi dall’assunzione delle nostre responsabilità.
E’ come essere l’arcano VIIII – L’Hermite che, nella propria solitudine, illumina con la lanterna il passato per trarne saggezza.
In qualunque modo la vediate, ho cercato lei per ritrovare me e rivivere a nuova consapevolezza.

E’ capitato, in tempi recenti, di capire molto chiaramente quanto quel “fiore del male” non mi abbia amato e di quanto fossi per lei funzionale alle sue paure/insicurezze di bambina ferita.
Parlo di tempi recenti non perché abbia aperto gli occhi in ritardo.
Ad onor del vero la mia parte più saggia (ma non per questo determinante emotivamente) lo aveva capito da molto più tempo, forse sin da subito. Ma era stata messa a tacere da un’altra mia parte, ancor prima che potesse esprimere completamente il suo messaggio.

Ci pensa la vita allora metterti sempre di fronte al ciò che è per come è, per darti la possibilità di capire la realtà in base al nostro personalissimo grado di consapevolezza.
Quindi è capitato di dover ritornare a pensare alla dinamica “io-te” ma, a questo giro di boa, mi sono chiesto: ma quanto è vera questa narrazione che mi sto raccontando? Sono veramente sicuro di poter affermare che io fossi nell’amore e lei fosse nel bisogno per paura (modo forbito per dire semplicemente che io l’ho amata e lei non mi ha amato, modo subdolo per dire che io ero il buono e lei la cattiva)?
Avevo da tanto tempo tutti i tasselli in mano, ma non riuscivo mai a connetterli in maniera equanime. Arrivavo sempre a vedere me come vittima e lei carnefice. Perché mi risultava così difficile dare un peso al fatto che, nonostante lei mi avesse mostrato i suoi limiti relazionali, il suo evitamento per non parlare della sua mancanza di empatia, io fossi stato compiacente fino al punto da riaccoglierla ad ogni ritorno?
Non mi stava puntando la pistola alla tempia nessuno!
L’illuminazione è arrivata ripensando alla frase di Terzani grazie alla quale ho iniziato una benefica assunzione di responsabilità.
Assumersi la responsabilità è come trasformare il serpente da rettilineo ad Uroboro.

Potevo io dirmi senza paura in quella relazione? Potevo dirmi di essere stato l’unico nell’amore?
Assolutamente no: io ho provavo molta paura, soprattutto quella di essere abbandonato o di non avere sufficiente valore per lei (mie paure che lei -guarda caso – è sempre riuscita a mostrarmele quasi con precisione chirurgica).
Lo dico con sincerità. Questa consapevolezza ha portato una parte di me a provare un sollievo, come se questa semplice osservazione avesse il potere di rimettere la palla al centro in quell’inutile battaglia interiore tra il sentirmi essere dolorosamente nel giusto e lei felicemente nello sbagliato.

Ma questa osservazione non bastava.
Perché mi sono sentito di essere nell’amore anche se ero nella paura (e quindi nel non-amore)?
Anche qua la risposta non ha tardato ad arrivare.
Perché avevo identificato l’agire con il principio che ha mosso l’azione stessa.
In altre parole ho attinto alle stesse stesse modalità espressive dell’amore (cura, sostegno, presenza) ma spinto dal desiderio di trattenere, di ammaliare con il fine di conquistare una sicurezza. Cercavo di comprare qualcosa, insomma.
Ma non finisce qua.
L’analisi diventa ancora più sottile.
Domanda al lettore: che aggettivo useresti per quella persona che, pur dichiarando di aver capito le tue condizioni per un eventuale riavvicinamento, ti chiede il suddetto riavvicinamento (accettando implicitamente le condizioni) ma poi dimostra di voler rimanere nello stesso schema relazionale disfunzionale?
Molti di voi potranno usare l’aggettivo “sleale”.
Ho pensato spesso alla sua slealtà contrapposta alla mia presunta lealtà.
Ma quanta lealtà c’è stata da parte mia nel definirmi nell’amore quando non lo ero? Quanto ero leale con me stesso nel ricadere nel pensiero che il mio agire avrebbe cambiato il suo modo di essere?
Quanta lealtà c’è stata da parte di entrambi se eravamo, seppur in forma diversa, non autentici?
Quanta felicità abbiamo barattato in cambio di una sicurezza?
Abbiamo entrambi tradito l’altro, chi in maniera manifesta, facilmente riconoscibile, chi nell’ombra.
Ho parlato di amore per lei ma in verità amavo il suo farmi sentire importante in un momento in cui avevo bisogno di sentirmi tale.
Lei ha parlato di amore per me ma in verità aveva bisogno di non sentirsi sola.
Ho parlato di amore per lei ma in verità mi prendevo cura dell’altro per prendermi cura di me.
Lei ha parlato di amore per me ma in verità voleva sentirsi accudita come una figlia, sentirsi importante, avere un potere che in famiglia le mancava.
Ho parlato di amore per lei non volendola abbandonare come era successo in famiglia, ma in realtà non volevo abbandonarmi a me stesso (leggasi in solitudine).
In verità nessuno ha mai voluto vedere l’altro per come era; entrambi abbiamo preferito proiettare e amare una nostra idealizzazione in quanto surrogato di ciò che ci mancava.
Nessuno ha mai voluto vedere l’altro perché non vedevamo noi stessi.
E di fronte al frantumarsi di ciò, si è finiti per scappare o rincorrersi, invertendo i ruoli… nel tentativo di colmare quelle mancanze… nella speranza di un cambiamento senza una reale voglia di cambiare.

Ecco la verità.
Nel profondo, Io non ero meglio di lei.
Fine dei loop.


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