Capitolo Ventidue – Inter Nos

(Pubblicato oggi ma scritto nel 26 agosto 2023)

A: Come ti senti?
B: Sai che è una domanda difficile?
A: Allora chiudi gli occhi e ascolta il tuo corpo.
B: Sento una peso al plesso solare, non eccessivo ma sento che c’è. Da lui salgono emozioni che talvolta arrivano alla gola e da lì possono trasformarsi in lacrime.
A: Sono quindi emozioni spiacevoli.
B: Si. Mi sento di aver perso tempo dietro un sogno irrealizzabile. Di avere dato fiducia sulla base di parole e di non avere guardato i fatti. Sai quando credi che la persona ti ami e che valga la pena star nell’amore poi ti accorgi che molte cose erano solo nella tua testa e quindi ti sei auto-sabotato? Mi sento di aver negato tante cose, di me, della relazione, idealizzandone altre per paura di vedere.
A: Guarda che sento anche io quello che senti tu. Sono solo più distaccato dalle emozioni, ma le sento come te, visto che sono te. Mi vuoi dire che ti senti deluso di te stesso?
B: Parecchio. E’ un senso di tradimento (misto a delusione) per non averti ascoltato. Ancora adesso faccio fatica accettare che alla fine sia stato un gioco di potere dove ho contribuito con l’essere prima un salvatore e poi una vittima. Sento di essere responsabile di ciò che mi è capitato, ma sento in me una buona fede. Mi capisci?
A: Mi vuoi dire che le responsabilità non sono tutte tue?
B: Si. E questo porta una componente amarezza che deriva dal sentirsi anche presi in giro.
A: Perché ti senti preso in giro?
B: Sai che, ora che ci penso, è altro? E’ un senso di ingiustizia verso la vita. Nell’ultimo anno e mezzo sento di aver comunque speso energie positive nella relazione, di aver cercato connessione, ascolto empatico. Non penso di aver speso così tante energie neppure con la madre di mio figlio. Con lei mi è venuto istintivo essere comprensivo sia mentre ero in una modalità “salvatore” sia nella modalità “vittima”, perfino mentre ero un ex. Le sue ferite, hanno avuto priorità sui miei bisogni e io mi sono sicuramente perso nel tutelare una ferita abbandonica altrui. Mi rendo conto che l’empatia che ho messo “in campo” mi ha fatto certamente comprendere l’altro, ma mi ha portato a giustificare qualcosa che andava contro i miei confini. Sento anche che tutto questo dall’altra parte sia stato dato per scontato, in parte o totalmente, anzi… Non gli si è dato valore. Sono rimasto nell’amore. Ma alla fine rimango solo.
A: Mi vuoi dire che non senti empatia da parte sua?
B: Poca. Io non credo che abbia pensato a me, alla sofferenza che provavo ogni volta che mi lasciava. Se penso che l’ultmo ritorno è avvenuto ad una settimana dalla morte di mia madre con promesse di un profondo amore e tre mesi dopo tutto era ribaltato… se penso che in ogni suo ritorno non c’è mai stato un momento in cui mi abbia detto “…scusa se ti ho fatto soffrire…”, mi sale un forte senso di sconforto. Poi c’è il peso delle mie responsabilità perché ogni volta che è tornata l’ho accolta e penso che questo abbia fortemente contribuito a farmi considerare di basso valore ai suoi occhi; mi sono trasformato in un porto sicuro “genitoriale” quando il fuoco in me ardeva in altre maniere; mi sono auto-sabotato e ho dato all’altro gli elementi per considerarmi molto funzionale a dei bisogni. Insomma ho dato modo di svalutarmi ai suoi occhi. Anche questo è per me sofferenza. Ma la responsabilità di mantenere i miei confini è e sarà sempre mia. Pretenderlo dagli altri è una favola.
A: Credo che sia per quello che si dice che quanto più ti sai amare, tanto più riuscirai amare. Perché è come rompere pezzo per pezzo l’idea del sacrificio a tutti i costi. E’ interiorizzare pienamente l’amare l’altro come se stessi in un rapporto di reciprocità.
B: Tanto tempo fa, quando si parlava di tossicodipendenza, non riuscivo a capire che difficoltà ci fosse per un genitore il lasciare andare un figlio tossico alle conseguenze della sua incapacità di volere vivere. Mi chiedevo come facessero i genitori a continuare ad accogliere un figlio che semmai rubava in casa per la dose, non rispettando i confini. Ora penso si saperlo. La difficoltà non è l’azione in se stessa, ma il peso che quella azione porta con sé che deriva dalla nostre irrisoluzioni. Io mi sono sentito così: incapace di reggere decisioni necessarie al mio benessere per non sentirmi abbandonato e solo. L’abbandono e il tradimento sono le mie irrisoluzioni e, guarda caso, lei me le ha attivate con una precisione chirurgica.
A: Ehh… la capacità di dare e sostenere le conseguenze di un’azione ad una persona che ci ha ferito è qualcosa di importante, che attinge al saper reggere anche le nostre emozioni contraddittorie. Spesso lo si confonde con la mancanza di perdono. Ma non c’entra nulla. Puoi benissimo perdonare qualcuno ma, contestualmente, non volerci più niente a che fare. Però ci vuole una buona dose di distacco. Si può comprendere e provare anche un senso di compassione che non ha nulla a che vedere con il giustificare. Ti pesa questo aver giustificato il suo comportamento?
B: Molto. Mi fa sentire un debole che non si è adeguatamente protetto. Mi vedo come mia madre che per tutta la vita ha continuato a giustificare gli atteggiamenti svalutanti di mio padre per tutta una serie di condizionamenti famigliari, sociali e anche per il suo bisogno di difendere la sua mancanza di autostima. E pensare che alla Cicci dicevo che doveva diventare più ferma nel respingere quell’atteggiamento perché non era rispettoso. E mia madre lo faceva per un po’, (mai oltre 2 giorni) poi mi diceva che non ci riusciva a tenere il broncio, che mio padre era buono; gli scriveva una lettera dura, ma di apertura, lui la leggeva, si ammutoliva e poi arrivavano dei fiori. Fatta la pace, c’era la tregua ma poi, a distanza di settimane o mesi, un altro ciclo si sarebbe aperto. Adesso che lei non c’è più, mio padre è senza una bussola, depresso, in perenne rimarginazioneuminazione di mia madre. Mio padre scopre, con la morte, quanto quella persona che svalutava in realtà fosse il suo unico pilastro su cui reggeva la sua poca autostima che tentava di curare svalutando mia madre . Forse era il loro modo per sentirsi amati. Ma con un discreto grado di tossicità.
A: Quindi cosa rappresentava lei (non la mamma) per te, perché, se sei stato lì in attesa tutto questo tempo? Qualcosa ti tornava indietro ed era comunque erotizzante… lo sai vero?
B: La tua domanda è una maniera gentile per chiedermi perché sono stato masochista, visto che anche lui prova un piacere nello stare in una situazione che comunque gli provoca sofferenza.
A: Si, qual’ è stato secondo te il vantaggio secondario?
B: Dimostrare che valgo la pena di essere amato perché sento il bisogno di esserlo. Ma più profondamente il vantaggio secondario era di non essere abbandonato. Ho provato un forte senso di abbandono con lei, anche durante il rapporto. Sentivo il distacco, sentivo di essere un peso nella sua vita perché (per come è fatta lei) la costringevo a tenere dei ritmi di reciprocità verso di me che semmai non voleva per una sorta di sensazione di essere a “credito verso la vita”; oppure ero destabilizzante perché ero un continuo stimolo alla sua bassa autostima che le faceva reagire in una maggior ricerca di “perfezione”. Sai cos’è l’assurdo? Che a me non interessava che fosse perfetta (la casa, l’ordine, la pulizia, l’accudimento, l’organizzazione, l’autonomia…). Se avesse potuto leggermi dentro avrebbe visto che si poteva permettere di avere meno pretese verso se stessa, che non l’avrei mai giudicata; provavo un sincero senso di ammirazione per lei e di enorme rispetto del suo vissuto. Ma con me non è mai stata serena, sin dai primi approcci. Questo è un dato di fatto.


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