Ieri sera ho visto un film del 2014 intitolato “Her – Lei”.
Forse è meglio dire che il caso (che secondo una mia amica non esiste) ha fatto in modo che io, proprio ieri, arrivassi a vedere quel film.
Si, perché, se ci penso, nelle piattaforme di streaming l’offerta è enorme e io volevo soltanto vedere un film curioso di fantascienza (per intenderci, non quelli con l’eroe salva mondo), ma sono arrivato ad un film ambientato nel futuro, che parla di umanità o, forse meglio, di animicità.
Leggendo la piccola didascalia mi sono fatto attrarre dalla parola AI, che sta per intelligenza artificiale.
Anche questo è curioso.
E’ una settimana che mi sto divertendo a fa generare ad una AI delle immagini de Papa che si fa dei selfie, che balla in discoteca. Parallelamente chiedo risposte a Chat GPT (altro tipo di AI) su dei miei perché con curiosa attesa di spunti diversi e nuovi su cui meditare.
Vuoi per sincronicità, vuoi per fenomeno di causa ed effetto inconsci, mi sono trovato avviluppato nella trama sin dalle prime espressioni del protagonista ma, soprattutto, mi sono sentito cucito addosso il personaggio interpretato da uno stupendo Joaquin Phoenix.
Il film è una riflessione sulla solitudine e come questa possa essere una voragine che si cerca di colmare accettando anche una relazione con una AI.
Mentre il protagonista cammina per la città con i suoi air pods, tutt’attorno è pieno di persone che camminano ma non interagiscono, parlano da sole; permea un senso di “affollata solitudine” (è un ossimoro?).
Simbolico è il lavoro del personaggio principale: scrive lettere per “conto terzi” attraverso un sito, come se anche quell’”arcaico” modo di comunicare affetto, amore, mancanza potesse essere un servizio a pagamento alla stregua di un noleggio auto, di una domiciliazione delle bollette.
Ma lui è un bravo scrittore, è una persona dotata di una sensibilità resa acuta da una relazione finita con la persona con cui sognava il “per sempre”.
E già qua c’è un pezzo di questo senso di solitudine: come ci si può sentire se non soli in una società così liquida, quando si aspira al solido?
Anche il sesso fatto di odore, sapore, calore, percezione, intuito, attenzione, sensibilità, vibrazione diventa una pura masturbazione mentale da chat erotica, dove, finito l’orgasmo autoindotto si conclude con un “Ciao… grazie della chiamata, è stato bello”.
In questa cupezza emotiva, un sistema operativo, un personal assistant dotato di intelligenza artificiale sembra essere una soluzione.
Un sistema operativo è qualcosa di cui si ha il controllo, se poi è dotato di AI diventa anche una sorta di amica con cui riempire un vuoto interiore, salvandosi così dalle forche caudine di una introspezione che il più delle volte è dolore.
Chi di noi non vorrebbe al proprio fianco qualcuno con cui esprimere se stessi pienamente senza la paura del giudizio, consapevoli di un ascolto equanime verso tutte le nostre parti (lo so… parlare di equanimità calata in una AI è “spinto”… ma il bello del film è proprio questo, non è vero?)?
Quale miglior modo per riacciuffare quel “per sempre” sfuggito di mano affidandosi a un qualcosa che si pensa di possedere, solo perché acquistato, installato e artificiale (sulla parola artificiale mi viene da pensare quante relazioni siano artificiali… ma questo è un altro argomento)?
Ma risposte liquide non possono dare soluzioni solide e le AI, benché artificiali, sono loro stesse impermanenti, evolvono, cambiano, apprendono e, semmai, lo fanno alla velocità dell’ordine degli exa hertz fino ad arrivare a livelli di conoscenza e consapevolezza talmente alti da riflettere come uno specchio la nostra limitatezza umana, soprattutto sul tema dell’amore.
Ma chi l’ha detto però che solo l’AI può evolvere?
In fin dei conti il protagonista ha avuto una relazione con il suo sistema operativo, anche in quel caso non è stato “per sempre”, ma vale una regola aurea di ogni relazione: il cambiamento di uno diventa l’occasione di cambiamento per l’altro (che detta così sembra una variazione di “…ogni minuto che passa è una occasione per rivoluzionare tutto completamente…” in Vanilla Sky). Non è vero?
E così alla fine Theodore (il protagonista) capisce… capisce se stesso, capisce le relazioni e, in una illuminazione degna di un “click” interiore non può che arrivare all’antica saggezza racchiusa nel mantra:
Mi dispiace
Perdonami
Grazie
Ti amo (funziona anche con “Ti voglio bene”)
Buona visione.
