Oggi FB mi propone un ricordo a cui sono legato per diversi motivi.
E’ una fotografia di un viaggio in moto, di una emozione dell’anno passato.
C’è stato un momento che l’avevo nascosta per una forma di accondiscendenza che con gli occhi di oggi vedo decisamente fuori luogo, un tripudio di paure di abbandono che ora riconosco meglio.
Sono vicino e lontano da quel ricordo.
Ma se oggi è ritornato a me, qualcosa significherà.
Domenica di marzo
Io “…sono poco moderno…” come direbbe Enrico Ruggeri, quindi sai che faccio?
Lolli 28/03/2022 – Lidi Ferraresi in Moto
Prendo la moto e me ne vado via per qualche ora. Vado al mare.
La moto è un’ottima soluzione per meditare, ascoltarsi mentre si sfreccia su un’autostrada.
È tutto talmente così prevedibile in autostrada che ti puoi permettere di pensare.
Mi prendo un telo da spiaggia dall’armadio e qualcosa da leggere. Sul tavolo c’è un libro regalato da te a Natale, “Dall’io al noi” di Scardovelli. Lo sfoglio e sulla prima pagina ci leggo la tua dedica: “Così puoi continuare ad insegnarmi. Ti amo.”.
Rabbia e tristezza bussano immediatamente alla porta. Quel “ti amo” è troppo vicino ad oggi e il giorno prima, litigando, mi avevi chiamato maestrino con tono sarcastico.
Bah… stavo, come sempre, cercando di spiegarti un mio pensiero, un mio sentire.
Ma c’è un modo per spiegarsi in maniera efficace?
Mi vesto, prendo i pantaloni tecnici pesanti e un maglione da montagna, di quelli che ti hanno sempre fatto dire “ti vesti da culo”. Anzi, sai che faccio? Ne prendo un altro, così peggioro il mio outfit prodotto dalla Decathlon.
Scendo le scale, c’è profumo di biancheria. È “la roba della stronza, della vicina di casa”, penso, “quella stessa vicina che secondo me in fatto di outfit è peggio di me”. Sorrido. “Almeno non è la puzza di merda di Platone…”.
Mi vesto da moto. Finalmente la giacca di pelle non mi stringe. Metto quella nera da biker incazzato, tipo quella da Marlon Brando in “il Fronte del porto”. Cavolo, mi piaccio anche.
Accendo la moto e in un battibaleno sono sulla A1, direzione Bologna.
Un chilometro ai 140 e inizia a salire la malinconia. Piango. “Tanto non mi vede nessuno con la visiera scura… Tanto l’aria fredda fa piangere gli occhi…”.
Gli occhiali da vista bloccano la lacrima che ristagna sulla lente e il sole che ho davanti me la fa luccicare come un brillante informe.
Ho sempre fantasticato di poter vivere delle avventure con te, che fosse uno scomodo “zingarare” senza meta, in moto-tenda, in un camper vecchio e malandato, un trekking sulla via degli Dei, respirare la libertà di non avere una meta.
Ti ho sempre chiesto: “andiamo a fare un poti-pot poti-pot?” (è il rumore che fa la mia “poderosa”)?
Ma a te la moto fa paura, l’autostrada fa paura. Infatti, tutto è rimasta una mia fantasia… una fantasia però legata a te.
Sorpasso un’auto. Uno di quei sorpassi lenti… lenti… lentissimi, interminabili. Sto ancora piangendo.
Mi giro con la testa, per vedere il mio compagno di sorpasso. Sul posteriore c’è una bambina di 3-4 anni, con il naso appicciato al vetro dell’auto che mi guarda e sorride.
Sai, Il motociclista fa ridere i bambini. Mentre li sorpassi ti guardano, ridono, si sbracciano. Sono incuriositi da questi misteriosi, moderni fanti a due ruote. A me, da piccolo, i motociclisti sono sempre sembrati degli eroi. Sarò per lei un eroe?
Sorrido anche io sotto il casco e la visiera nera. Peccato non mi possa vedere. Peccato che non ti possa dire “Grazie piccola”. Alzo il braccio sinistro e la saluto lentamente come fa la regina d’inghilterra. Lei sorride nuovamente e poi si congeda. Io ho smesso di piangere.
È già ora della svolta sulla A14 e poi poco dopo nuovamente svolta per l’A13.
I chilometri passano e il pensiero è sulla solitudine, su quanta strada ho fatto su questa moto in quello stato. Si può misurare la mia solitudine? Io posso: la mia è lunga 55mila km, tanti quanti sono quelli sul tachimetro della poderosa. Però penso anche alla libertà. Si può misurare la libertà? Io posso: la mia ha almeno 55mila km.
Esco da Ferrara Sud. Penso ai Massive Attack che non faranno il concerto, penso a quante volte ho fatto quel casello in altre situazioni, penso che un’estate fa eravamo a Ferrara a vedere “Io sono un cane”.
Cambia il pensiero. “Che due maroni… ora c’è il raccordo che porta ai lidi…” una strada malmessa, a scorrimento lento obbligatorio anche se si potrebbe andare come in autostrada, con una vista tipica da desolata pianura padana talvolta acquitrinosa.
Ah. C’è fila. Che godimento! Fottetevi tutti voi sulle quattro ruote. State fermi lì che io vi sfilo tutti e non rallento! La fila è talmente lunga che quel raccordo, sempre interminabile psicologicamente, arriva presto alla fine. C’è freddo sulla strada SS309 Romea. Non dovevano esserci 17 gradi?
Dove vado? Diretto in spiaggia? Comacchio? Che strana luce del sole che c’è.
Nell’indecisione sbaglio strada, ma quella stessa passa di fianco alla fine del porto di Porto Garibaldi e vengo colpito da una serie di barche abbandonate, vecchie, consumate dal sole, dal sale e rimesse al secco. Alcune sembrano gli scheletri delle balene, abbandonate sulla spiaggia dai balenieri.
La vista è risonante. La barca è un potente archetipo della libertà. Perché nessuno cura più quelle barche? Chi non vuole la libertà? Che storia c’è dietro quell’abbandono? Malinconia fa capolino.
Faccio alcune foto. “Le faccio in bianco e nero” penso. Le foto dovrebbero essere fatte sempre in bianco e nero. Il colore distoglie dal soggetto perché non corrisponde mai a quello che vediamo. Forse però le mie foto scontenterebbero un cane.
Riprendo la moto e vado a Comacchio.
Ti ci portava tuo papà, vero?
Comacchio è una scoperta, un paese che assomiglia ad una Venezia in miniatura in una zona di desolante ma affascinante decadenza anni Settanta. Tutta la costa romagnola è anni settanta eccezzion fatta per alcuni rinomati “carnai” da aperitivi. Comacchio è anche un luogo felice, di quando avevo la fidanzata degli anni universitari; quando le estati si passavano a Lido di Spina e a fine agosto si andava a vedere l’anteprima dei Buskers. Comacchio rimanda a me il primo amore. Quello infinito, inscalfibile, eterno, solido. Infatti, non è durato.
Passeggio, ma sono solo. Vedo coppie mano nella mano mentre mangiano panini alle alici. C’è profumo di grigliata in aria. La loro vista mi disturba. Troppa felicità. Cerco posti isolati e finalmente trovo un lato del canale che a nessuno interessa perché non ha ristoranti. È vuoto, le case sono abbandonate, i portoni vecchi e malconci. Su quel canale c’è una barca ormeggiata. Anche questa risuona qualcosa in me. La fotografo. Ancora l’idea del viaggio, ma di un viaggio ancora non realizzato. Infatti, è ferma nel canale.
Fotografo qualche altro angolo nascosto, un po’ di gente qua e là, un alimentare pieno di scatole di anguilla marinata che mi rimanda ai miei felici natali e decido, finalmente, di andare al mare.
“Lido di Spina!”, dico tra me e me.
Ripercorro tutte le strade della gioventù fino ad arrivare sotto casa di quel primo amore molto, troppo idealizzato. Che coglione!
Osservo i particolari della casa, gli stessi che me l’hanno sempre resa unica e diversa da quelle identiche di fianco. C’è un palloncino attaccato al tetto. “Chiara avrà festeggiato il compleanno di sua figlia, recentemente”. Mi avvicino al campanello per leggere il cognome. Non è più il suo. La casa è stata venduta.
Tristezza ritorna. È come se quel pezzo di vita lontana avesse preso una ulteriore brusca accelerazione per allontanarsi di più. Un effetto Hubble in quel cosmo che sono i miei ricordi.
Ma è ora di andare veramente in spiaggia.
“Florida Beach o Maui?”. Entrambi connotano momenti felici. Al Florida però sento voci. Non voglio nessuno intorno.
Il Maui è vuoto, in disordine ma non abbandonato. È cristallizzato nel momento in cui i proprietari hanno chiuso la stagione estiva. Tiro un sospiro di sollievo: almeno c’è qualcosa dei miei ricordi che vuol resistere allo scorrere del tempo.
La giornata è nebbiosa sulla spiaggia e non c’è proprio nessuno.
Un lettino da spiaggia è solitario in mezzo al nulla. Ci sono i giochi da spiaggia per i bambini ammassati e impolverati. C’è la doccia esterna che sembra un dolmen in un deserto di sabbia grigia. La passerella che porta al mare è infinita e sembra finire nel nulla. Non è pulita, in parte è coperta dalla sabbia portata dal vento. La percorro e mi guardo attorno.
Il paesaggio è lunare, pieno di detriti del mare portati dalle mareggiate. Cerco impronte aliene.
Chi è passato prima di me? Che emozioni portava con sé? Erano come me?
Finalmente vedo il mare.
È calmo, c’è anche un accenno di bassa marea. La sabbia è ondulata dalle onde che furono.
Lo osservo e mi viene da chiedergli: tu hai qualcosa da insegnarmi? Tu, che sei tempesta e calma, cosa puoi dirmi oggi?
Il mare non risponde, ma continua a mandarmi sottili onde che non allontanano, anzi invogliano ad avvicinarsi a lui. Mi avvicino. Metto i piedi in acqua e gli scatto una foto.
Poco distante c’è una conchiglia, una banale conchiglia a pettine solitaria circondata da sabbia scavata dalle onde. Anche lei risuona di un senso di solitudine. Altra fotografia. La vorrei prendere, per ricordo, per portarla a qualcuno. Ma mi sento in colpa nel farlo. È così bella lì dov’è.
Allora ritorno indietro e nel farlo riguardo l’enorme spiaggia silenziosa.
Noto i solchi dei trattori, segni di qualcosa di trascinato… risuonano ferite sulla pelle, ferite di vita. La sabbia fa presto a cancellarle. Il vento ci penserà. Noi ci dobbiamo convivere. Noi non abbiamo il vento. Noi siamo il vento.
Faccio l’ennesima foto e ritorno verso la moto. Però prima decido di sdraiarmi su quel lettino isolato. Lo rivolgo al mare, mi sdraio verso di lui, invisibile e muto.
In lontananza ora ci sono schiamazzi di bambini e genitori. I miei non mi hanno mai portato al “mare d’inverno”. Perché mi attrae tutto questo spleen di questa desolazione?
Faccio un respiro che sa di acqua marina e poi subito la foto di rito con le mie gambe.
Il libro è rimasto nello zaino. L’aria è fresca. Oggi non ho imparato nulla dalla lettura ma mi sono un po’ riconnesso.
Meglio tornare a casa cercando un piadinaro cha non troverò mai… e comunque Corrado mi sta aspettando per cena.
