Capitolo Quindici -Si Viaggiare…

Dolcemente viaggiare
Rallentando per poi accelerare
Con un ritmo fluente di vita nel cuore
Gentilmente senza strappi al motore

Lucio Battisti

Premessa: non fatelo se non siete particolarmente motivati perché può essere veramente dura. Ci vuole una buona dose di coraggio e curiosità.

Ieri sera ho fatto il mio primo viaggio (o trip) con la psilocibina.
Lele era da sua madre per tutta la settimana e quindi potevo dedicare tutta la serata a me stesso.
Sono andato all’ECU di fianco a casa, mi sono preso un succo tropicale da mettere di fianco al letto nel caso avessi avuto fame, non ho mangiato per rimanere a stomaco vuoto, ho acceso una candela profumata di fianco al letto e poi, sceso in cucina, ho pesato 15g di tartufo magico.
In parte l’ho masticato per sentirne il sapore e in parte l’ho deglutito come se fossero pillole.
Appena terminata l’ingestione ho pensato: che cazzo sto facendo? Ne ho forse ingurgitato troppo?
Sono andato su internet per capire se il quantitativo che avevo identificato fosse corretto. Era corretto… ma per un viaggio considerato “heavy”.
La mia intenzione non era quella, avrei preferito qualcosa di leggero… ma oramai era andata e non mi andava di indurmi il vomito.
Per Aspera ad Astra!” mi sono detto, anche se una parte di me aveva una discreta paura di cosa avrei provato, trovato nell’esperienza.
Ho guardo l’orologio. “Sono le 18.33 da qua contiamo circa 4 ore”, ho pensato. Mi sono coricato sul letto ed ho aspettato, mettendo in sottofondo una musica da meditazione a 963Hz.
Pare che sia la frequenza della ghiandola pineale.
Alle 19.03 ho iniziato ad avvertire una strana sensazione ai muscoli. Subito sembrava frenesia ma, pochi minuti dopo, mi sono accorto che era una sorta di intorpidimento. Passano ancora pochi minuti e ho iniziato a sentire i muscoli spossati.
Ecco… era la stessa sensazione fisica dei giorni seguenti la morte di mia madre. Non è facile da spiegare. Provate ad immaginarvi un arto che ha tenuto un peso per tanto tempo ed improvvisamente quel peso scompare. L’arto lo sentirete pesante, non alleggerito ma soprattutto stanco.
Passano ancora pochi minuti e, guardando il tetto in legno del mio soffitto mi sono accorto di come le traverse e le assi avessero tante venature e nodi neri.
Avete presente quando si prende una foto digitale scialba e, correggendo i parametri della saturazione e del contrasto, la stessa diventa viva, definita e colorata?
Il mio soffitto non era più lo stesso. Era più vivido!
La mia mente ha iniziato a cercare figure in quell’insieme puntiforme di nodi del legno, come nel gioco della settimana enigmistica “unisci i punti e guarda cosa esce!”. E , pian piano, alla mia destra, avevo una fila di occhi di gufi che mi guardavano. Mi osservavano come una commissione universitaria alla laurea.
Più lontano alla sinistra c’erano 4 nodi di legno che rappresentavano un altro animale. Ci ho messo un po’ a individuarlo, cambiava forma. Era sicuramente un felino. Mi sembrava subito il muso di un gatto, ma poi sono arrivato a definirlo come il muso di una leonessa. Lei osservava un altro animale.
Infatti più vicino a me, invece, c’erano due nodi più chiari, circondati da una areola del legno chiara. Le sfumature del legno in quel punto raffiguravano il muso di un cane impaurito che mi guardava con i suo occhioni, uscendo parzialmente dalla traversa del tetto. Sapete quando un cane vi osserva a distanza, protetto da qualcosa, facendo emergere solo la parte alta del suo muso?
Bene .. Quel muso mi ricordava Doc, il cane della mia ex, un cane che sicuramente ha sofferto la sua permanenza dentro il canile.
Ad un tratto, sempre guardando il tetto, le venature e le macchie hanno iniziato a vorticare lentamente.
Anche in questo caso posso darvi una similitudine per spiegare ciò che ho visto.
Prendete della vernice di un colore, poi sulla superficie, fate cadere tante gocce di vernici di colore diverso. Prendete in bastoncino e iniziate delicatamente a mescolare solo la superficie, con movimenti circolari. Si formeranno dei vortici che si muoveranno.

E poi è iniziata la parte più dura.
Alle 19.15 ho iniziato a ridere e piangere insieme.
Poi il riso ha lasciato il posto al pianto.
Un pianto disperato, urlato, ma soprattutto viscerale perché partiva dalle viscere, dalla materia in cui sono incarnato.
Tutto il mio corpo si contorceva, si contraeva e poi esplodeva in un pianto doloroso. Ad un tratto mi sono trovato in posizione fetale sul lato sinistro con il pollice in bocca, come quando avevo due anni. Quel tipo di pianto così carico di dolore in tempi recenti l’ho provato solo di fianco al corpo di mia madre sul letto, pochi minuti dopo la sua morte, prima che la portassero via.
Ma se vado più indietro con la memoria era quel pianto di un bambino talmente disperato che va in apnea prima di scoppiare in un urlo liberatorio.
Ho accettato ogni singola esplosione dolorosa e una parte di me diceva: va bene così, così deve essere. Non avevo paura di piangere. Ero anche sorpreso di quanto fosse profondo il mio pozzo nero.
Poi in un urlo di dolore è uscita la frase: “…mi sento solo e abbandonato… mamma dove sei?”. Questo urlo mi ha fatto capire come fossi ancora connesso a mia madre. Ma forse lo siamo tutti soltanto che molti se ne accorgono sul punto di morte, come quegli anziani immobilizzati a letto che durante la notte chiamano “mamma!”.
Ed ho ricordato tutte le volte che mi sono sentito così nelle mie storie amorose, di come mi sia sempre voluto in realtà misurare con quel senso di solitudine andando in MTB o, in tempi recenti, con i cammini o il parapendio.
Di come da piccolo stessi appartato, da solo a guardare i bambini giocare, in attesa di essere scoperto dagli altri e poter divertirmi con loro. Mia madre diceva che studiavo sempre la situazione prima di entraci.
Ho preso atto di come desideri essere visto e accolto anche in questa fragilità.
Quello stato è durato più di 1h ed è stato profondamente toccante, che ancora adesso, mentre scrivo queste righe d’impulso, piango.
Una parte di me osservava, con una compassione degna di un genitore, questo bambino che urlava al mondo tutta questa disperazione. Mi sono abbracciato ad un cuscino come se tenessi tra le braccia mio figlio.
In un momento di calma ho sentito l’esigenza di spogliarmi nudo e guardarmi il corpo. In quell’osservazione mi è sembrato come se il pettorale a sinistra fosse molto più gonfio di quello destro, come se il mio cuore fosse pieno di qualcosa.
Poi mi sono seduto e mi sono guardato in viso.
Ho visto le mi asimmetrie e talvolta il mio viso ringiovaniva nella pelle, come se fossi tornato indietro di 25 anni. Sembravo sotto il moderno l’effetto cinematografico digitale in cui ringiovaniscono gli attori.
Mi guardavo le lacrime scendere e ogni tanto i miei occhi si aprivano come se fossi sorpreso di qualcosa.
Mi sono messo sotto le coperte.
Ogni tanto mi calmavo e chiudevo gli occhi.
Ho visto i contorni di persone non ben indentificate, ma quegli stessi contorni non erano stabili… vibravano ogni tanto di un’alta frequenza: bzzzzz…. bzzzzz…. come se seguissero un ritmo vibratorio. Pensate ai lineamenti come alla linea di un oscilloscopio che regista una forma d’onda sonora acuta. Pensate ad una trasmissione televisiva traballante.
Poi ero dentro una città, di notte. Era intricata, i palazzi erano come tentacoli illuminati che si intrecciavano. L’immagine più vicina con cui potrei spiegare la “visione” è quella di una rappresentazione pittorica di una di una intricata rete di connessioni tra neuroni, con gli assoni molto spessi, pieni di finestre multicolorate. I colori pulsavano e mutavano.
Mi è parso di vedere mia madre, un angelo filiforme di luce bianca che mi veniva ad accarezzare.
Pian piano la mia disperazione è calata e mi sono calmato.
Ma in quel momento di emancipazione dal mio dolore ho sentito quello del mondo e mi sono sorpreso di quanto ce ne sia dietro tante maschere delle persone.
Ho pensato a mio fratello e al suo dolore inespresso, al suo corpo che gli dice tutto ma lui niente… Ignora; ho provato una compassione infinita, tant’è che l’ho chiamato: Fabri, vieni da me un attimo (lui è esattamente il vicino della porta accanto).
Sentivo il bisogno di abbracciarlo di dirgli che gli voglio bene. Gliel’ho detto pochissime volte.
Lui è entrato in casa, non capiva.
L’ho abbracciato, l’ho baciato come penso di non avere mai fatto in 52 anni e gli ho detto che gli volevo bene e che mi dispiace per il suo dolore, che bisogna che lo esprima altrimenti si ammalerà.
Fabri è stato lì con me per un po’, forse si è commosso, ma non piange tanto.
Poi ho provato la stessa cosa per mio padre e gli ho telefonato per dirgli la stessa cosa, camuffando il tutto dietro una chiamata di cortesia, visto che lui non ha molta dimestichezza con le emozioni.
Ho visto anche il dolore di Lei.
Per un attiamo ho pensato che sarebbe stato bello condividere questa compassione con lei. Ma una voce esterna mi aveva chiesto preventivamente di non farlo. E così ho fatto.
Posso dire che durante la fase emotivamente più dura avrei desiderato che lei fosse lì con me, semmai anche lei sotto l’effetto, abbracciati e stretti l’uno all’altro come lo siamo stati tante volte per intere notti quando sentivamo di essere molto connessi.
Ma credo che lei abbia il suo percorso da fare e che lo scontrarsi con quel senso di solitudine è qualcosa a cui bisogna essere veramente pronti. Non so se lei lo sia.
Piano piano è scemato tutto.
Ero spossato fisicamente e la mia testa cosciente ha iniziato ad analizzare il vissuto.

La prima cosa a cui ho pensato è stata la sensazione fisica prima del flush emotivo. Quel senso di spossatezza mi ha ricordato un momento ben preciso della mia storia recente che fa riferimento a quando ho rischiato di morire in parapendio 7 anni fa.
Ho lottato con la morte (perché in ballo c’era la mia vita) per 5 minuti.
Poi decisi che l’unica soluzione per poter riabbracciare mio figlio (è stato lui il motore di non mollare la presa) era quella di inalberarmi, cioè atterrare sugli alberi. Era una incognita. Un tentativo estremo, ma lucido.
Per quei 5 minuti il mio corpo era stato appeso all’imbragatura soltanto sotto le ascelle e il sangue alle braccia e al cervello passava meno bene. Sono stati 5 minuti di fatica fisica e mentale. Prima di inalberarmi, per pochi istanti di secondo, ho provato quella spossatezza.
Sono consapevole che quella spossatezza fisica-mentale sia stato un momento di integrità che diceva: hai fatto tutto quello che potevi, puoi lasciare andare.

Non a caso, il lasciare andare, è stato anche l’argomento di ieri.

Vi voglio bene.


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