Avete presente quando si porta un cane a fare una sgambata, lasciandolo in libertà? C’è sempre un momento in cui lui si allontana, lo si chiama, lui si ferma, voi vi avvicinate e, arrivati ad una sua distanza prossemica, lui si distanzia nuovamente. Lo richiamate, lui si riferma, ma, giunti alla stessa distanza prossemica, si riallontana. Il gioco potrebbe andare avanti all’infinito, fin tanto che lo inseguite. Poi, voi decidete di fermarvi. Lo richiamate. In quel caso è lui a venire da voi (se vorrà), si farà riavvicinare e da lì procederete insieme.
Questa similitudine mi ricorda per certi versi la parabola del Figliuol Prodigo.
Nella parabola il padre non insegue un figlio che ha deciso di andarsene. Il padre gli dona quello che gli spetta ma lo lascia libero di fare l’esperienza di vita, lasciandolo andare.
E’ un gesto d’amore indubbiamente. Quanto doloroso, la parabola non lo spiega.
Il figlio torna dall’esperienza (negativa) e viene riaccolto come un resuscitato; quindi viene festeggiato. Dalla gioia del padre, io ne deduco che abbia sofferto. Il fratello maggiore (che forse in una visione orientale rappresenta l’ego) sente un’ingiustizia. Il padre (che a questo punto è anima) fa ciò che gli viene meglio: prova misericordia (ovvero compassione + pietas + perdono). Il figlio è riaccolto e si ammazza il bue grasso.
Io mi sono chiesto sempre cosa provasse il padre in quell’assenza, come avesse gestito la sofferenza della mancanza. Il padre si sarà sentito ferito dal comportamento del figlio? Avrà provato tradimento e abbandono?
Domande molto terrene, in una parabola molto spirituale insomma, che vuol spiegare qualcosa a cui possiamo tendere spiritualmente.
Credo che il concetto fondamentale della storia sia il lasciare andare, non inseguire qualcosa a tutti i costi.
Avere fiducia nel processo della vita.
Il figlio tornerà? Non tornerà? Non importa.
Il padre ama, è consapevole di quell’amore e ha fiducia che qualunque cosa accadrà è così che doveva accadere.
Ma avete idea di quanta consapevolezza di ciò che siamo ci vuole per essere come quel padre? Sapete quante lacrime per arrivarci? Sapete quanta pazienza ci vuole nell’ ottenere la fiducia e poi nell’ abbracciare tutte quelle piccole o grandi ferite personali per riuscire a dir loro:
Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato
Luca 15,31-32
Ma soprattutto, sapete quanta autorevolezza interiore ci vuole tale da far si che quel “io ferito” ascolti e accolga le parole di quel “sé guardiano” e adulto? Chissà se il fratello maggiore avrà interiorizzato le parole del padre…
Frattanto, in quell’ascolto interiore fatto di palpitazioni, emozioni in rilascio e voglia di star bene, io canto al mio sé:
Quietami i pensieri e il canto
C.S.I
E in questa veglia pacificami il cuore
Così vanno le cose, così devono andare
