Capitolo Nove – Omino Bianco

noi siamo il risultato delle parole che gli altri ci hanno detto

J. Lacan

Vi siete mai chiesti perché siete così come siete?
Cosa vi ha definito nella vostra unicità?
La vita vi ha plasmato oppure avete plasmato voi la vostra vita?
Siete liberi?

No, non è una versione seria del dialogo tra il doganiere e Troisi-Benigni nel film “Non ci resta che piangere”, anche se qualche lacrima fa sempre bene.
Non è neppure una “marzullata”.
Sono semplici (grammaticalmente parlando) domande introspettive, che quasi mai nessuno si pone.
Chi arriva a queste domande, molto probabilmente, è in un punto della propria vita dove servono risposte non attingibili dal personalissimo bagaglio esperienziale cosciente (quello che deriva dal processo tipico del “ho un problema, cerco la soluzione, la soluzione funziona, ok memorizzo, la soluzione non funziona, ok ne provo un’altra”).
Bisogna attingere alle radici, che, così come negli alberi, sono sotto terra, nascoste e protette.

Ho sentito la frase di Lacan dell’incipit di questo post nell’E2.S3 di un podcast di Selvaggia Lucarelli che si intitola Proprio a Me.
Gli haters della Lucarelli farebbero bene ad ascoltare l’E1.S1 del medesimo podcast, forse potrebbero connettersi meglio con questa persona che in fin dei conti, televisivamente parlando, impersona soltanto un personaggio volutamente un po’ stronzo, come se si fosse in un film; come per tutti, quello che mostra non ha nulla a che fare con quello che intimamente è lei.

Il podcast parla del rapporto figli-genitori intervistando persone comuni con vite famigliari mediamente comuni.
Quello a non essere comune è il come quelle famiglie, non necessariamente classificabili come disfunzionali, abbiano però creato sofferenza nei figli, sofferenza che inevitabilmente ne ha segnato le vita come un marchio a fuoco.

Torniamo alla frase di Lacan.
“Casualmente” si incastra perfettamente con il primo principio tolteco: Si impeccabile con le parole.
Le parole sono strumenti di creazione, di connessione, di espressione potentissimi. Prendiamo la frase “ti amo”. Questa crea immediatamente emozioni piacevoli in chi la riceve ma anche in chi la pronuncia. Ma se è espressa con “peccato”, ovvero come strumento manipolatorio allora la piacevolezza diventa spiacevolezza sempre per entrambi (forse nel manipolatore questo aspetto è meno cosciente, ma qua si aprirebbe un capitolo lungo come la quaresima che non ho voglia ora di trattare).

Riassumiamo. Ho messo sul piatto del post due aspetti: la parola come creazione (secondo Lacan e secondo i Toltechi) e la famiglia.
Ma non dimentichiamo le domande iniziali.
Ci trovate un collegamento? Avete capito dove sto andando con il “ragionamento”? Si, No?

Chi siamo?
Siamo Liberi?

Noi nasciamo da un padre e una madre e per moltissimi anni siamo dipendenti da loro. Non siamo esattamente creta da plasmare, siamo piuttosto qualità in potenza da esprimere, come: amore, pace, gioia, forza, purezza.
Ripensate ai vostri figli appena li avete visti nascere oppure dopo averli partoriti; sono sicuro che sono tutte cose che avete sentito risonanti immediatamente attraverso una profusione di emozioni.
Ora provate a vedere quella potenza come un vestito bianchissimo: basta poco per macchiarlo, non è vero? Ci sono, però, macchie e macchie, alcune vengono via con poco, altre, purtroppo, rimarranno per sempre come degli aloni che si vedranno solo in controluce.
Mi piace l’idea della “controluce” perché esprime esattamente quello che accade: qualcosa illumina qualcos’altro rendendola visibile, sensibile, sentibile e, se siamo veramente molto fortunati, conoscibile. La controluce ci attraversa come i raggi X di una radiografia, mostrando delle ombre.
Allora le domande diventano: cosa ci macchia, chi ci macchia il vestito bianco che noi siamo e cosa ci illumina in controluce?
Se mi avete seguito fino ad ora, la risposta è automatica: le parole che i nostri genitori ci donano e le scelte che noi stessi facciamo nel corso della nostra esistenza.

I nostri genitori… noi stessi (quando lo diventiamo) facciamo del nostro meglio verso i figli. Ma purtroppo non siamo impeccabili e quindi creiamo macchie perché siamo stati macchiati a nostra volta da genitori non impeccabili a loro volta macchiati dai nostri nonni… seguendo questa catena di causa ed effetto potremmo tornare indietro di generazione in generazione fino ad arrivare a Lucy.
Purtroppo, macchia su macchia, diventiamo allora un vestito macchiato, non più il vestito bianco iniziale.
E’ difficile per tutti riuscireste a stare in mezzo alle persone con un vestito macchiato e istintivamente ci si protegge da qualcosa che non ci fa stare a nostro agio, quindi, semmai, pur di non vedere, mettiamo dei vestiti antimacchia sopra quello macchiato, oppure un vestito nero.
Ma quando la controluce è accecante, non c’è vestito che protegga: le macchie si rivedono. Inoltre siamo stati talmente tanto tempo senza vederle che pensiamo che a macchiarci sia colpa della luce stessa.

Portiamo vestiti per coprire le macchie, diamo colpa alla controluce se le vediamo… pensate ancora di essere veramente liberi?
Libertà è girare con il vestito bianco anche se macchiato, liberà è non sentirsi in imbarazzo nell’ averlo.

Alla domanda se plasmiamo la nostra vita o da lei siamo plasmati rispondo che fin tanto che nel proprio vocabolario rimane la parola colpa, allora è: entrambi! La plasmate con le parole, parole che spesso attingono alle macchie, siete plasmati dalla parole macchiate che avete ricevuto dai genitori.

Se le parole creano, allora sostituire la parola colpa con la parola responsabilità diventa l’inizio della creazione di un cambiamento.

Trovo pochissime persone che usino la parola responsabilità nella sua più corretta definizione del “dare una risposta”. Quasi tutte o non la usano oppure la considerano un sinonimo di colpa.

Partire nel dare una risposta alle macchie del nostro vestito bianco è ciò che in fondo serve per iniziare a smettere di portare inutili vestiti ingombranti e colpevolizzare il/la controluce (che poi saremmo sempre noi, proiettati in qualcun altro che poi ci ritorna indietro).

Con queste risposte in mano potremo usare parole che non macchiano il vestito bianco dei nostri figli in quanto finalmente consapevoli che alla fine non esiste vita subita, ma è sempre e solo esistita una vita scelta ma macchiata dalla deresponsabilizzazione.

Ciao.


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