Leggendo un libro sulla comunicazione non violenta (“Le parole finestre oppure Muri” di M.B Rosemberg) mi si è aperto un mondo che ho sempre sentito ma mai capito: le emozioni.
Ieri, ad esempio, mio figlio ha preso un 5 1/2 in Epica. Nulla di grave dal mio punto di vista. La scuola è uno strumento di misura piuttosto che di erotica formazione e, se consideriamo che questo tipo valutazione non ha carattere di oggettività ma di soggettività, quel numero ha un valore relativo.
Però a Lele (diminutivo di Emanuele) quel giudizio lo ha ferito.
“E’ una stronza!”, “Mi ha dato quel voto solo perché le avevo fatto notare che si era sbagliata a mettermi nel primo gruppo!”, etc, etc…
Lasciamo ora da parte l’oggettività delle motivazioni di io figlio, perché non è quello di cui voglio parlare.
E’ la sua reattività quella che importa.
Mio figlio, in tutto il suo livore, non ha mai detto: “Papà sono arrabbiato e abbattuto!”.
Se mio figlio avesse detto quella frase, penso che gli avrei fatto subito un monumento.
Perché, direte voi.
Perché in quella semplice frase Lele avrebbe riconosciuto due emozioni e, soprattutto, che le stesse sono di sua responsabilità. Sarebbe a metà di un percorso di riconoscimento di se stesso in relazione alla rabbia e all’abbattimento e dei bisogni insoddisfatti che le hanno fatte emergere.
Quando nella tua vita irrompe prepotentemente il lutto (per un genitore, un amore) quello che si prova è un forte senso di mancanza, di perdita di qualcosa, di porti sicuri, di idee, di sogni, di progetti, di indeterminazione del futuro. Il pensiero galoppa a cavallo dei ricordi piacevoli (raramente quelli spiacevoli), ci si sente un po’ come Santiago ne “il vecchio e il mare”: vicini alla morte.
C’è una emozione che domina sulle altre ed è la tristezza.
Non nego che in quella tristezza mi ci sono affogato, ma qualcosa mi ha spinto a chiedermi: perché la provo?
Ma più in generale, perché siamo essere emotivi?
Che funzioni hanno le emozioni?
Ci avete mai pensato?
Il semplice domandarsi di un perché ha fatto in modo che, anziché essere travolto dalle emozioni, su quelle stesse ho iniziato a galleggiare.
Ed anche il pianto, le lacrime hanno iniziato, oltre che uscire copiosamente, ad avere un effetto di alleggerimento sul corpo.
Anche a Lele, quando, terminata la fase d’ira, ho chiesto “Ma che emozione provi in questo momento?” e, aiutandolo con una lista di emozioni, è arrivato ad individuare la rabbia e il senso di abbattimento, si è calmato permettendomi di potergli chiedere: “Quale bisogno non senti soddisfatto?”.
E la risposta è stata molto rapida per lui: il riconoscimento del suo impegno.
Le emozioni ci parlano, mi parlano.
Ho passato molto tempo della mia vita a considerarle poco, sebbene le sentissi molto bene. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito senza pelle, ma, solo perché a 51 anni non si può altro che essere adulti (grande cazzata galattica), ho sempre giudicato le emozioni spiacevoli come qualcosa di sbagliato, infantile, di cui vergognarsene, non da uomo maturo o, soprattutto evoluto.
E’ condizionamento, lo stesso che dipinge il sesso maschile come debole se davanti ad un film si commuove.
E questa cosa si è disintegrata maggiormente vedendo mio padre ad 85 anni, piangere come un bambino per la perdita di mia madre, ma, appena si accorge che lo sto osservando con i miei occhi umidi di naturale empatia, si blocca e dice “Basta! Basta!” rimettendo faticosamente una maschera che gli sta stretta. Che fatica deve fare questo grande uomo barbuto che ha sempre voluto dare in famiglia l’impressione di essere sicuro di sé!
Quante persone vi hanno detto “stai nella tristezza!” e quante invece si prodigano o si sono prodigate nel darvi soluzioni del tipo “devi uscire, incontrare nuove persone, smetterla di essere triste!”?
Quante, eh?
Oppure quante volte la fuggite dimentichi che alla fine fuggite da voi stessi?
Quanti giudizi impliciti in tutte quelle emozioni spiacevoli!
E’ più assurdo pensare che la soluzione alla tristezza sia la negazione della stessa oppure che ci pervada per fare ciò che tutti voi sentite naturalmente, ovvero fermarsi, chiudersi un po’ di tempo in se stessi, recuperare energie e osservarsi intimamente per comprendersi?
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Sant’Agostino
(Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità)
