Capitolo Sette – Paura

Stamattina alle 5:30 ho preso una micro-dose di psilocibina.
Non preoccupatevi, è sicura; sono almeno ad 1/10 della quantità che servirebbe per un “viaggio” di bassa intensità.
Mi sono svegliato con una lieve palpitazione.
Sapete cosa sono?
Non è tachicardia.
E’ quando percepisci molto bene il battito cardiaco.
Prima di questo pesante 2022 mi capitava raramente di svegliarmi con queste palpitazioni, ma sempre e solo durante le pennichelle pomeridiane, ma mai ad un risveglio mattutino. Mi bastava aprire gli occhi, prendere consapevolezza e scompariva.
Stamattina la palpitazione era leggera, costante, presente nonostante fossi conscio: bum-bum… bum-bum…bum-bum.
Circa un’ora dopo l’assunzione la palpitazione è diventata più prepotente.
Sono stato fermo ad osservarla per qualche minuto, sentendo il ritmo del cuore nel suo inesorabile procedere, notando se variava con la respirazione o con il cambio di posizione.
Ad un tratto ho iniziato a provare un senso di ansia (forse più una paura) che non riuscivo a decifrare.
“Spero che non sia la psilocibina, perché il suo effetto può durare fino a 6 ore. Non avrò esagerato!”, ho iniziato a pensare tra me e me in maniera ruminante.
“Stai calmo, non è niente… Lolli, mi vuoi dire qualcosa (Lolli è il nome che ho dato al mio bambino interiore)?”.
Improvvisamente il mio pensiero è diventato lucido per un frammento di secondo e mi sono chiesto: “Lolli, è paura dell’abbandono?”.
Nello stesso istante in cui ho pensato all’ultima “o” della parola abbandono, le palpitazioni erano scomparse.
Dalla posizione fetale in cui mi ero messo, come per volermi proteggere, sono passato a quella supina.
Le palpitazioni continuavano a non esserci più.

L’ho già detto precedentemente, ma per diventare più consapevoli di se stessi, è necessario imparare a dare un nome alle proprie emozioni.

La parola è il messaggio che comunichi non solo a tutti e a tutto ciò che ti circonda, ma il messaggio che comunichi a te stesso

Don Jose e Don Miguel Ruiz

Sono convinto che molte persone siano analfabete emozionali.
Quando abbiamo mal di stomaco è più facile pensare che sia colpa dello stress al lavoro. “Ho mal di stomaco perché ho una scadenza inderogabile”, “Ho mal di pancia perché tra poco mi interrogano”, “Sono inappetente perché mi sono lasciato con la ragazza”.
Ci focalizziamo sul trigger o esternalizziamo il nostro sentire, spesso e volentieri, incolpando l’alterità.
Quante volte abbiamo usato la locuzione “Tu mi fai star male…”?
Io la chiamo la “festa delle dita accusatorie puntate verso l’altro” o della deresponsabilizzazione.
Peccato che le emozioni siano soltanto nostre e che parlino di noi e noi soltanto. Peccato che non le sappiamo riconoscere.
E se non le sappiamo riconoscere come pensiamo di riconoscerci?

Stamattina, chiamando la palpitazione con il nome dell’emozione, le ho dato il riconoscimento che si merita. Ma non è finita qua.
Nel riconoscerla, l’emozione è potuta venire a galla nell’unica maniera conosciuta da un bambino: piangendo.
Ho lasciato al grido disperato il diritto di compiersi perché un genitore sa che è la cosa giusta in quel momento.
La morte di mia madre, quella di mio cugino, la fine della mia relazione… un fiume in piena di eventi che portano alla constatazione che l’abbandono è una mia fragilità a cui ho il compito di dare una dignità di naturale accettazione, che siamo soli e che investiamo molto del nostro tempo per non sentirci tali attraverso una forma bulimica di sostituti o sostituzioni.
Non è pessimismo cosmico leopardiano il mio, non sto dicendo che la natura è matrigna, che ci genera e poi ci lascia nella nostra sofferenza.
La sofferenza è sempre un sintomo di mancata accettazione.

Capire che siamo soli è la parte più facile.
Sentire che lo siamo è più difficile perché c’è la paura del dolore.

Accettare che è così, invece, prevede l’abbandonarsi all’abbandono.

Ma vi avverto: è una delle cose più difficili da interiorizzare.


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