“Lorenzo ha delle curiose liti con se stesso sempre silenziose (le manifesta con gli occhi molto espressivi) e cerca con serietà le cause dei suoi piccoli (limitati e momentanei) insuccessi.”
Maestra Carla Mietto – Pagella 1 Elementare – 2°Q A.A 1977
Perchè?
Perchè?
Perchè?
Perchè?
Perchè?
Li avete contati? Sono cinque. E’ il numero perfetto del problem solving.
E’ il numero dei cinque sensi.
E’ il numero della consapevolezza, delle dita di una mano, del potere dell’uomo, etc, etc, etc…
Sakichi Toyoda insegna che cinque sono i “perché?” che ci dobbiamo domandare per arrivare alla “root cause” di un problema.
“Chissà che invenzione!”, potreste replicare. Ed avreste pure ragione, dal momento che un bambino domanda naturalmente durante la sua crescita e il suo apprendimento.
Ma, come ho sempre pensato, invecchiando non si fa come il vino: si peggiora. Diventando “adulti” sostituiamo le domande con le certezze e la naturale e umilissima ignoranza (sempre dal latino ignoro, as, avi, atum, āre che significa essere all’oscuro) con i giudizi granitici.
L’essere bambino (potenzialmente) è il momento migliore della nostra vita, con la sua curiosità, con la sua mancanza di filtri, con pochissime maschere se ha la fortuna di crescere in un ambiente quasi sano.
Essere bambino è qualcosa che perdiamo per strada, ma non come si perde una monetina da una tasca. Lo perdiamo nel senso che ce ne dimentichiamo.
Pensate che tutte le vostre emozioni siano della vostra parte adulta solo perché avete 30-40 o 50 anni?
Vi siete mai chiesti, appunto, perché gli anziani su un letto d’ospedale, quando hanno perso quella che noi chiamiamo “lucidità” iniziano a chiamare la mamma o il papà?
Mi sono reso conto di questo aspetto nel 2003 quando, complice un femore rotto per un incidente in MTB, dovetti stare un mese in ospedale.
Ero in ortopedia traumatologica, un reparto che per natura è sempre pieno di anziani. Durante la notte alcuni di loro, penso i più vicini alla morte, con voce sofferente e quasi infantile, chiamavano disperati i genitori: “Papaaaaà! Mammaaaa! Mammaaaa!”.
Adesso faccio l’uomo di cultura, ma in realtà è uno dei pochi ricordi della letteratura italiana che mi porto dietro dal Liceo:
C’è in noi un bambino che non ha solo brividi, come pensava Cebes di Tebe – il primo a scoprire la sua presenza – ma anche lacrime e momenti di gioia. Quando siamo ancora giovani, confonde la sua voce con la nostra, e dei due bambini che corrono e, nel divertimento, lottano e, sempre insieme, provano paura e speranza, che esultano e piangono, un solo battito del cuore si sente, un grido, un gemito. Ma noi invecchiamo, e lui rimane giovane; nuovi desideri si risvegliano nei nostri occhi, e lui si aggrappa alla sua serena antica meraviglia; le nostre voci si approfondiscono e si induriscono, eppure il suo continua a risuonare come un rintocco. Un rintocco segreto che non sentiamo, forse, così distintamente nella nostra giovinezza come negli ultimi anni, perché allora siamo così impegnati a lottare e a farci valere che abbiamo poco tempo per pensare all’angolo della nostra anima da cui risuona…”.
Giovanni Pascoli
Studiandolo alle superiori, nessuno di voi ha sentito una risonanza?
A me è successo con Pascoli e Leopardi (quest’ultimo già in terza media).
Vabbè, tutta questa “tiritera” sul bambino per arrivare a dire che mi sento ancora nella fase dei perché, che alla mia età è sinonimo di curiosità.
Sento che ho bisogno di comprendermi.
Sento di essere arrivato al quinto perché di Toyoda, ma… ora che faccio?
Sento di essere arrivato a quel punto dove devo lasciare quella razionalità che ho sviluppato fino ad oggi (forse anche per sopravvivere) e provare con curiosità altre strade per soddisfare il mio desiderio di riconnettermi, almeno, con il bambino interiore che in questi ultimi 5 mesi ha preso qualche clamorosa batosta e sta urlando insistentemente.
Soltanto dopo questa connessione o riconnessione, tutti i discorsi del lasciare andare, del non farne un fatto personale, del non supporre nulla, del osservare senza giudicare, lo zen, lo star nel presente, lo star nel dolore nel ruolo trino del bambino-adulto-genitore come un padre-un figlio e uno spirito santo potranno avere una idea di fattibilità.
In questo periodo della mia esistenza è come se avessi a che fare con adolescente, con un roller coaster di emozioni.
Sicuramente è una fase di disintossicazione dal ciclo di dopamina, serotonina, ossitocina, dal rinforzo intermittente di una banale relazione “tossica” ma questa biochimica esiste perché c’è un Lolli che non è riuscito a trovare un interlocutore in Lorenzo.
Anzi, probabilmente Lolli manco ascolta Lorenzo, visto che per anni “è stato tutto razionale!”.
Una caratteristica che ho, tra le poche cose che so di avere, è la determinazione, che talvolta sfocia nell’intestardimento.
A questo giro di boa, in questo 2022 tutt’altro che facile io è il mio bambino interiore ci ricongiungeremo in qualche maniera.
Direi che l’ho lasciato solo per troppo tempo e se non lo faccio sono consapevole che rischio di essere un amministratore condominiale in un condominio dove so che ci sono degli inquilini ma a cui non riesco dare un nome sul campanello della porta di ingresso.
So già che non sarà facile.
So già che ci vorrà un pallet di kleenex®.
Ma come ho scritto all’inizio di questo diario: se non ora quando?
Avete mai sentito parlare della psilocibina?
Voi vi chiederete: ma cosa c’entra?
C’entra eccome.
Ma credo che sarà argomento del prossimo capitolo.
