Ask yourself, ‘Who’d watch for me?
(It’s Probably Me – Sting)
‘My only friend, who could it be?’
It’s hard to say it
I hate to say it
But it’s probably me
Le pareti bianche.
La barella.
Mia madre che mi lascia all’infermiera con 5 lire in mano dicendomi: “vai con loro a prendere un ghiacciolo!”.
La consapevolezza che era una bugia.
Il timone e il delfino del soldo di latta.
L’espressione struggente di mia madre mentre mi allontano sulla barella.
Mio padre che abbraccia mia madre che piange.
Io che piango e chiamo “Mammaaaa!”.
La sala operatoria verde.
La maschera nera dell’ossigeno.
Lo strumento chirurgico zigrinato.
Questo è il più lontano ricordo che ho.
Avevo 3 anni.
Ora ne ho 51 ed è ancora vivido il senso di disperazione, tradimento ma soprattutto abbandono.
L’operazione alle tonsille è sempre stato un ricordo insieme a tanti altri ricordi. Ha sempre però rappresentato l’icona di un insieme di rimembranze non piacevoli.
La mia attesa ansiosa all’uscita della scuola materna, i miei compleanni disperati e mai voluti, la gita a Pietrachetta, la mattina con “le mani in pasta” davanti al Teatro Municipale, il primo giorno del corso di nuoto in piscina, il primo giorno di scuola elementare… c’è un intero cluster di ricordi che hanno tutti lo stesso sapore amaro.
Non ho dato mai peso a queste rimembranze, perché nella vita sono sempre stato solare, sorridente, mai scettico a priori verso le persone. Semmai un po’ timido, ma una volta sbloccato, molto partecipativo.
Non si possono avere solo ricordi felici della propria infanzia, no?
Non nego, però, che una parte di me sentiva, in maniera del tutto vaga, che fossero la base di qualcosa di più importante, qualcosa che mi riguardasse più profondamente.
Cosa rappresentassero per me quei ricordi e quanto mi abbiano condizionato nella vita sentimentale l’ho scoperto soltanto con la psicoterapia.
Non so quanti di voi siano avvezzi alle questioni psicologiche, ma tutti noi siamo persone ferite dall’infanzia. La dimostrazione sta nel fatto che reagiamo o, come direbbero i Toltechi, ne facciamo un caso personale. Siamo reattivi, meccanici ogni volta che qualcosa ci innesca: un tono, un gesto, una frase, una atteggiamento.
Anche i bisogni nascono dalle ferite.
Essere consapevoli delle ferite, ovvero capirne la causa-effetto, darci il giusto peso è un primo passo verso una forma di liberazione.
E’ un gradino verso la propria emancipazione o, in un senso spirituale, verso la personale crescita interiore.
Benché avessi le immagini nitide di quegli eventi, non mi ero mai soffermato a dare un nome a quei sentimenti.
Sapevo solo che erano spiacevoli, sapevo che piangevo. Nulla di più.
C’è voluto del tempo e altre lacrime in età adulta per capire che dietro a quei ricordi c’è la più “semplice” delle ferite: non essersi sentiti sufficientemente amati da un genitore.
Attenzione!
Non c’è bisogno di aver vissuto in famiglie in cui c’è stata violenza o un completo disinteresse genitoriale per avere delle ferite.
Così come in natura bastano piccole vibrazioni per incrinare un cristallo o un semplice marciare di soldati per far crollare un ponte, credete veramente che non possa succedere la stessa cosa in un bambino piccolo che dipende dai genitori?
Chi di voi lettori è un padre o una madre non ha assolutamente idea di quanto si possa essere un elefante in una cristalleria nell’stante in ci si relaziona con un figlio piccolo.
Provate a pensare a voi stessi nella vita quotidiana, a quando non vi sentite capiti dal vostro partner, amico, responsabile lavorativo. Pensate al sentimento negativo che provate (frustrazione? demotivazione? insoddisfazione? irritazione? vergogna? rabbia?…. ). Cosa vi succede?
Da “grandi” c’è (o ci dovrebbe essere) una parte adulta che media questa spiacevolezza ed è in grado di darne un peso relativo, di prendere alcuni aspetti buoni, di scartare il superfluo senza però farne una crisi esistenziale.
Ma in un bambino per cui il genitore è tutto ed è fonte di vita?
Secondo voi, che peso può avere?
La domanda è retorica: un peso immenso.
Ed è proprio per questa naturale “dipendenza” che il bambino ha verso il genitore che le stesse figure genitoriali non verranno mai messe in discussione con il risultato che il bambino si incolperà e si adatterà in qualche modo pur di riacciuffare quel senso di amabilità che pensava di aver perso o, peggio, di non meritare.
In quel preciso momento si crea la ferita; il conseguente adattamento, invece, si trasforma in condizionamento.
Avete presente il cane che si mette seduto e vi da la zampa per del cibo?
Ritornando al mio vissuto, ogni ricordo spiacevole era una ferita, semmai la stessa che veniva più volte riattivata in modalità diverse.
Dargli un nome non è stato indolore: senso di abbandono, senso di non essere visto.
La parte adulta di me sa benissimo che mia madre e mio padre mi hanno amato.
Basterebbe osservare i loro sacrifici pratici ed economici per darmi un futuro (studio, divertimento, casa…), per aiutarmi nella separazione e nel post separazione.
Quello è stato il loro modo di amarmi, nulla di più. Un amare (il loro) che indubbiamente è la conseguenza del fatto che anche mio padre e mia madre sono stati figli (del dopo guerra, aggiungo io) di genitori non “elefanti” ma, molto più probabilmente, “mammoth”!
Ma è altrettanto vero che non sempre queste azioni corrispondevano esattamente a ciò che serviva alle mie ferite infantili.
“L’amore condizionato” è transgenerazionale.
“L’amore condizionato” è karma che passa dai genitori ai figli.
“L’amore condizionato”, per definizione, ci ferisce.
La ferita ci condiziona.
Il condizionamento diventa un sistema di credenze: non sono… ma sarò amabile se…
Un bel casino, eh?
Il tutto è aggravato dal fatto che molti (se non tutti) pensano che il tempo passa, si cresce e certe cose provate da bambino diventano il passato, entrano nel “dimenticatoio”, qualcuno neppure se le ricorda più… puff. Dove sono? Non ricordo!
Peccato che dentro di noi rimane la memoria di tutto, nulla viene buttato via.
Siamo uno, siamo centomila (tolgo il “nessuno” pirandelliano perché qualcosa siamo sempre) e non importa se non lo ricordiamo nella memoria storica.
Rimane nella memoria emotiva, rimane nell’incoscio, rimane in quel lato oscuro junghiano, rimane nello yin. RI-MA-NE!
E se nessuno si prende l’onere di darle voce, la ferita passa nel vostro stomaco, nella vostra pupilla dilatata, nella vostra malattia esantematica, rimane nelle vostre scelte o relazioni disfunzionali, rimane nella ricerca di un salvatore, rimane nella ricerca di qualcuno da salvare, rimane nel non essere mai soddisfatti, rimane nel fumo, rimane nella ossessione dello sport, rimane negli acquisti compulsivi, rimane nel voler essere egocentrici, rimane nella vosta scarsa empatia, rimane nel vostro auto sabotarvi, rimane nella vostra mania di controllo o di perfezione, rimane nel come vi relazionate al cibo, rimane nelle vostre idealizzazioni o nel loro reciproco, le svalutazioni, rimane nel vostro attaccamento ad una persona o un animale, rimane in ogni forma di dipendenza che surroga altro… rimarrà nello specchio che vi darà vostro figlio.
La ferita può guarire.
Questa è una buona notizia.
Ma l’unica persona che può prendersene cura, l’unico genitore di quel bambino che non c’è più fisicamente ma esiste interiormente, strilla, piange, si arrabbia, odia, accusa, trova alibi, si aggrappa, scappa via non può essere niente o nessun’altro se non te stesso.
Tu soltanto potrai essere quel genitore che non hai potuto avere.
Tu soltanto potrai darti l’amore incondizionato.
Quindi…
“E’ dura da dire
Odio dirlo
Ma probabilmente sono io”
PS: ascoltate l’inizio del nuovo brano di Niccolò Fabi…
